Le componenti del PIL

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Consumi fiacchi, minacciati dall’inflazione

La spesa delle famiglie italiane è prevista in crescita quest’anno del 3,1% (ma sotto l’acquisito al 2° trimestre, che è di +3,3%), dopo il rimbalzo di +5,2% nel 2021, per poi rimanere sostanzialmente piatta (-0,1%) nel 2023. La dinamica complessivamente prevista per il biennio di previsione 2022-23 farà allargare la distanza dal pre-Covid: il 2023 si chiuderà con i consumi del 3,0% sotto ai livelli del 2019.

Dopo un 1° trimestre negativo (-1,5%), nel 2° trimestre dell’anno in corso le famiglie sono tornate a spendere (+2,6%), grazie al completo superamento delle misure di restrizione adottate per fronteggiare la pandemia. E, in parte, grazie all’ingente extra-risparmio derivante dalle risorse accumulate tra il 2020 e il 2022, stimato in circa 126 miliardi di euro.

In particolare, nel 2° trimestre, ha contribuito positivamente la crescita della spesa per servizi, registrando un aumento signifi cativo (+5,4%), a cui si è aggiunta la spesa per beni durevoli (+2,9%), ormai sopra i livelli pre-pandemici (+4,8%), e per quelli semidurevoli (+3,6%), che superano il gap dal pre-Covid del 5,9%.

L’acquisto dei beni non durevoli, che copre circa il 30% dei consumi totali, si è invece contratto dello 0,7% nel 1° trimestre e dell’1,6% nel 2°. La diminuzione registrata è dovuta al fatto che questi consumi risentono maggiormente dei rincari energetici, responsabili della ripida salita dell’inflazione, rispetto alle altre categorie. Per questo i consumi attualmente sono ancora al di sotto dei livelli pre-Covid del 2,2% (Grafico 2).

Grafico La fiducia dei consumatori in calo dalla fine del 2021 - Rapporto previsione autunno 2022

In prospettiva, nella seconda metà del 2022 è atteso un significativo indebolimento. Da un lato, il trimestre estivo si è giovato della ripresa turistica, legata all’aumento della mobilità, seppur meno forte che nel 2° (se comparata agli stessi mesi del 2019, si veda il Focus 3) e dell’attenuazione della cautela negli acquisti fuori casa. Dall’altro, le famiglie restano comunque molto prudenti nelle decisioni di spesa.

La spesa in servizi rimane ancora al di sotto dei livelli pre-pandemici (-4,4%) e, sebbene il recupero sia proseguito nel corso del 3° trimestre, sulla base degli indicatori congiunturali disponibili si segnala una dinamicità contenuta per alcuni comparti, come ad esempio i consumi elettrici, i movimenti e il numero di passeggeri negli aeroporti, l’utilizzo di carburanti per trasporti. È presumibile, dunque, che la componente dei servizi si mantenga ancora distante dal pre-Covid e difficilmente migliorerà nei mesi invernali, data anche la maggiore propensione delle famiglie a comprimere le spese libere in contesti di elevata inflazione. L’indicatore elaborato da Confcommercio (ICC), inoltre, segnala un ridimensionamento (-1,2% annuo ad agosto), esteso a molteplici categorie di beni e servizi.

D’altronde, la risalita dell’inflazione, progressivamente accentuata sulla scia del caro-energia, si è in parte trasferita su altri prodotti nel corso dei mesi estivi e non sembra destinata ad attenuarsi nel breve periodo. Ciò riduce il potere d’acquisto delle famiglie, inducendole a rivedere le proprie spese.

Questo atteggiamento sembra confermato dal deterioramento del clima di fiducia dei consumatori (in calo da 117,9 nel 4° trimestre a 96 nel 3° 2022), che è tornato su livelli simili a quelli registrati nel corso del 2020. In particolare, il clima economico (86,4 nel 3° trimestre, poco sotto l’88,4 del 4° del 2020) e il clima personale (99,2 nel 3° trimestre, valore minimo nel periodo 2020-2022).

L’affievolirsi della fiducia sembra riflettere maggiormente le difficoltà delle famiglie a basso reddito, più esposte ai rincari dell’energia poiché destinano una quota relativamente più elevata del proprio reddito in beni energetici e alimentari (Grafico 3) e sono prive dello “scudo” offerto dalle risorse accantonate.

Grafico I rincari colpiscono maggiormente le famiglie a basso reddito - Rapporto previsione autunno 2022

Viceversa, le famiglie più abbienti, potendo contare su un extra-risparmio accumulato che ha favorito fi no al 2° trimestre le maggiori spese, hanno contribuito a ritardare la contrazione dei consumi dovuta alla diminuzione del potere d’acquisto.

Tuttavia, l’extra risparmio difficilmente sarà sufficiente a finanziare le spese anche negli ultimi mesi del 2022 e, soprattutto, nel 2023. In parte perché una quota di questo risparmio è stata allocata e non può essere immediatamente spesa. In parte perché l’extra risparmio è eroso dall’elevata inflazione (circa 13 miliardi). In parte perché è per lo più concentrato tra le famiglie ad alto reddito (con minore propensione al consumo).

Nello scenario CSC, quindi, la contrazione dei consumi negli ultimi due trimestri del 2022 fornirà un apporto complessivo ridimensionato alla crescita economica di quest’anno, per poi scendere in negativo nel 2023.

La dinamica degli investimenti perde slancio Le stime CSC prospettano una crescita del 10,2% degli investimenti fissi lordi nel 2022 (poco sopra il +9,0% acquisito annuo al 2° trimestre), dopo un aumento del 16,5% nel 2021. Il ritmo di espansione è atteso in forte rallentamento nel 2023, con un +2,4% in media d’anno. Gli investimenti, il cui livello si attesta già ora su valori ampiamente al di sopra del pre-Covid (+17,5% nel 2° trimestre), forniranno così un contributo significativo alla crescita del PIL nel 2022, per poi ridursi nel 2023.

Nonostante l’incremento dei costi energetici (che comprimono i margini e quindi le risorse per investimenti) e le persistenti diffi coltà nell’approvvigionamento di input intermedi, i tassi di crescita registrati per il 1° e 2° trimestre dell’anno in corso segnalano investimenti ancora in espansione sebbene a un ritmo decrescente, rispettivamente di +3,9% e +1,1%.

A fornire il contributo più significativo a inizio anno sono state le costruzioni (+4,6% nel 1° trimestre), che hanno poi rallentato (+0,7% nel 2°). Seguite dal comparto di impianti-macchinari, in cui gli investimenti sono cresciuti di +4,4% nel 1° trimestre e +1,6% nel 2°, e dai mezzi di trasporto che, dopo il forte rimbalzo nei primi tre mesi (+6,4%), sono rimasti stagnanti (+0,5% nel 2°). Questi ultimi rimangono ancora ben distanti dai livelli pre-Covid (-15,0%; Grafico 4).

Grafico Investimenti previsti in rallentamento - Rapporto previsione autunno 2022

Significativo l’impulso fornito dagli incentivi fi scali (superbonus e altre agevolazioni per la riqualificazione e l’efficientamento energetici) che hanno sostenuto la dinamica positiva degli investimenti in costruzioni, ormai superiore ai valori pre-pandemici di 26,4 punti percentuali.

Gli indicatori più recenti suggeriscono un tenue rallentamento complessivo degli investimenti nel corso del 3° trimestre. La fi ducia delle imprese è tornata a scendere (a 108,2 nel 3° trimestre da 110,7 nel 2°). Anche le indagini di luglio condotte da Banca d’Italia prefigurano per il semestre successivo delle aspettative sulla spesa per investimenti positive, ma visibilmente ridimensionate rispetto a quanto indicato nelle precedenti rilevazioni. Inoltre, permane un divario negativo fra le attese di miglioramento e peggioramento delle prospettive in cui operano le imprese (-19,6%). Così come resta un saldo sfavorevole tra le valutazioni positive e negative in merito alla situazione economica generale, che si è marcatamente ampliato (-59%).

La vulnerabilità del quadro macroeconomico, caratterizzato da elevati prezzi dell’energia, incertezza e tensioni sulle politiche di commercio mondiale, vengono percepiti come i principali fattori di ostacolo alla crescita e, per questo, influiranno negativamente sulle decisioni di investimento delle imprese italiane. A ciò si aggiunge il freno derivante dal rialzo dei tassi di interesse, che renderà meno vantaggiose le condizioni di finanziamento per le imprese.

In positivo, la spinta derivante dalle risorse del PNRR (oltre ai già citati incentivi fiscali) sosterrà il flusso degli investimenti, che continueranno a fornire un contributo positivo alla crescita nel biennio di previsione. Sul rispetto delle tempistiche di attuazione del PNRR, però, incidono negativamente alcuni dei fattori che indeboliscono le prospettive degli investimenti (si veda il Focus 4).

Frenano soprattutto le costruzioni

In Italia gli investimenti nel settore edilizio hanno trainato la crescita economica del 2021, registrando un incremento del 21,8% rispetto all’anno precedente e portandosi sopra i livelli pre-pandemici fin dal 1° trimestre 2021, grazie alla componente residenziale. Questa dinamica ha rappresentato una peculiarità tutta italiana, discostandosi in maniera marcata dai tassi di crescita registrati nei principali partner europei: in Germania gli investimenti in costruzioni nello stesso periodo sono cresciuti dell’1,1%, in Francia del’11,4% e in Spagna del 4,3%. Questa spinta è proseguita anche nel 1° semestre dell’anno in corso, sostenuta dalle misure fiscali introdotte a livello nazionale, in particolare il superbonus 110%.

Tuttavia, gli indicatori più recenti segnalano una decelerazione dell’accumulazione di capitale a partire dai mesi estivi. La produzione nelle costruzioni, in calo da aprile, ha registrato una diminuzione significativa a luglio (-3%), con un acquisito per il 3° trimestre di -4,6%. Secondo le indagini di Banca d’Italia, in estate sono drasticamente diminuite le imprese del settore che prevedono un miglioramento della domanda per il trimestre successivo, ridimensionandosi soprattutto in merito all’operatività dei cantieri già avviati, mentre aumenta la quota di imprese edili che prevede un peggioramento delle condizioni economiche. Anche le attese su ordini e piani di costruzione sono diminuite (da 12,4 del 1° trimestre a 3,1 nel 3°).

Le attese di un ritmo di crescita ridimensionato si estendono anche al 2023. Seppure il superbonus sarà ancora in vigore per tutto l’anno prossimo, infatti, la parziale modifica ai requisiti rallenta l’utilizzo dell’incentivo fiscale e, quindi, avrà un impatto negativo sulla dinamica degli investimenti edilizi. Inoltre, il forte rincaro dei costi di produzione e le difficoltà nel reperire materiali, sebbene queste ultime siano state in parte riassorbite, potrebbero rappresentare importanti fattori di ostacolo al proseguire dell’iper-espansione dell’attività edilizia.

Guardando in prospettiva storica, nonostante l’eccezionale “boom” di investimenti registrato nel 2021 e attualmente in corso, permane un ampio divario rispetto ai livelli degli anni Duemila, accumulato dopo la crisi globale del 2008. In media l’ammontare degli investimenti del settore edile nel periodo 2002-2007 era stato di 207 miliardi su base annua, a fronte dei 112 miliardi registrati negli anni post-crisi finanziaria e dei circa 160 miliardi nel 2021. Anche nel confronto europeo, emerge come l’Italia nel periodo pre-Covid fosse su livelli di investimenti in costruzioni più bassi nell’ambito dei tre principali partner europei, riuscendo a superare la Spagna solo nel 2021 (Grafico 5).

Grafico Costruzioni: il divario dal pre-crisi finanziaria è ancora ampio - Rapporto previsione autunno 2022

Seppure in rallentamento, il CSC prevede una crescita degli investimenti in costruzioni del 13,3% nel 2022 e del 2,6% nel 2023, con un tasso di crescita per abitazioni e fabbricati non residenziali rispettivamente del 13,6% e 12,9% nel 2022, seguiti da un +2,7% e +2,6% nel 2023. I fondi del PNRR, infatti, soprattutto quelli legati agli investimenti infrastrutturali, rappresenteranno uno stimolo significativo per il settore edilizio, che proseguirà lungo un sentiero di espansione sebbene più moderata.

L’industria, in difficoltà, inizia la frenata

Nonostante la resilienza delle imprese manifatturiere nella prima metà del 2022, la produzione è attesa in calo nel 3° trimestre e le difficili prospettive economiche, rese vulnerabili dal rialzo dei costi dell’energia (si veda il Focus 5), prospettano una significativa frenata nella performance industriale nel resto dell’orizzonte previsivo (Grafico 6). Nel 2022 si prevede perciò una dinamica complessiva dell’attività industriale solo debolmente positiva, seguita da un modesto recupero nel 2023.

Grafico La produzione industriale italiana frena - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

Al momento, la produzione industriale italiana è quella che tra le grandi economie europee si posiziona meglio rispetto al pre-pandemia: l’attività media registrata nei primi sette mesi del 2022 supera dell’1,6% i livelli del 4° trimestre 2019, seguita da quella della Spagna con un +0,7%. Invece, Germania e Francia non hanno ancora chiuso il gap produttivo, rispettivamente del 3,6% e 4,5%.

La produzione, dopo un 1° trimestre negativo (-0,9%), ha realizzato una positiva e inattesa performance nel 2° (+1,1%), rivelando la buona tenuta delle imprese manifatturiere. Tuttavia, l’attività industriale ha segnato un calo significativo a giugno (-2,0%), solo parzialmente compensato dal debole rialzo del mese successivo (+0,4%), portando così l’acquisito per il 3° trimestre a -1,4%.

Anche gli indicatori qualitativi hanno continuato a segnalare una percezione delle imprese negativa riguardo le prospettive economiche (si veda il Focus 6). La fiducia delle aziende manifatturiere dal 1° trimestre ha sperimentato un calo quasi ininterrotto (da 112 a 103,8 nel 3°). Nei mesi estivi si è avuto un peggioramento sia dei giudizi che delle attese riguardo agli ordini (saldo da 5,2 nel 2° trimestre a -3,6 nel 3° per i giudizi; da 4,6 a -0,1 per le attese), sia interni che esteri, e riguardo alla produzione (da 2,5 a -2,7 per i giudizi, da 6,6 a 2,0 per le attese). In particolare, emerge un marcato deterioramento nelle attese di nuovi ordini e della produzione dei beni intermedi. Le aspettative sull’economia delle imprese manifatturiere rimangono ancora fortemente sfavorevoli e su valori storicamente pessimisti.

L’indice PMI (Purchasing Manager Index) manifatturiero, in declino quasi continuo da marzo a settembre (da 55,8 a 48,3), è ormai sceso sotto la soglia di 50, delineando contrazione. A contribuire negativamente sono principalmente i minori acquisti di input delle aziende e la flessione negli ordini esteri.

Inoltre, ulteriori elementi che incidono negativamente sull’attività produttiva e che potrebbero dispiegare gli effetti nei mesi a venire sono rappresentati dalla debole performance dell’attività industriale tedesca (-0,7% nel 2° trimestre e -0,7% a luglio) e dalla dinamica negativa nella produzione di beni intermedi, in calo da maggio, che anticipa plausibilmente un rallentamento per l’industria italiana. Ciò lascia prevedere una dinamica netta complessiva dell’indice quasi stagnante per il 2022.

Commercio estero atteso in rallentamento

Nello scenario CSC, le esportazioni italiane di beni e servizi, dopo una crescita in doppia cifra nel 2022 (+10,3%), rallenteranno bruscamente nel 2023 (+1,8%). Frenata ancora più accentuata per le importazioni, attese crescere addirittura del 14,4% quest’anno e di appena l’1,5% il prossimo (Grafico 7).

Grafico In rallentamento la componente estera - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

Per il 2022, la dinamica di entrambi i flussi con l’estero è stata rivista fortemente al rialzo, grazie a una performance molto positiva e superiore alle attese nella prima parte dell’anno, nonostante le strozzature e gli aumenti dei prezzi lungo le filiere internazionali, le sanzioni incrociate con la Russia e, in generale, la profonda incertezza nello scenario globale generata dall’invasione russa dell’Ucraina.

Tuttavia, la brusca frenata dell’attività produttiva e della domanda internazionale nell’ultima parte dell’anno e nel prossimo, soprattutto nei principali mercati di sbocco delle merci italiane (Europa e Stati Uniti), ridurrà fortemente il potenziale di crescita delle esportazioni; l’indebolimento della domanda italiana, in particolare quella per investimenti, rallenterà le importazioni.

Molto robusti gli scambi di beni nel 2022

Le esportazioni italiane di beni nei primi sette mesi del 2022 sono cresciute del 7,9%, a prezzi costanti, rispetto alla media del 2021, una performance nettamente superiore rispetto a quelle tedesche (-0,2%). Confrontando la dinamica nei primi due trimestri delle esportazioni di beni con i dati di contabilità nazionale, emerge la crescita molto più sostenuta delle vendite italiane all’estero (+6,9% sulla media 2021) rispetto a quelle francesi (+4,8%), spagnole (+2,5%) e tedesche (+1,0%; Grafico 8).

Grafico Ottima performance dell’export italiano - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

Diversi i fattori che contribuiscono a spiegare questa ottima performance dell’export italiano. Innanzi tutto, il significativo deprezzamento dell’euro, soprattutto rispetto al dollaro USA, che ha favorito le vendite extra-Area. Rispetto ai principali partner europei, inoltre, hanno avuto un ruolo positivo una più favorevole specializzazione geografi ca e una minore esposizione alle strozzature negli approvvigionamenti esteri di input produttivi.

Il rallentamento cinese ha penalizzato le vendite all’estero della Francia e soprattutto quelle tedesche, data la loro maggiore esposizione verso la Cina. Le esportazioni tedesche verso Pechino pesano quasi tre volte quelle italiane (8,2% del totale, versus 3,0%); soltanto per la Spagna contano meno (2,0% sull’export totale iberico). Un freno più forte per l’export tedesco viene anche dalle più strette connessioni commerciali e produttive con Russia, Ucraina e i paesi dell’Est Europa coinvolti indirettamente nel conflitto.

Viceversa, ha premiato l’export italiano la forte presenza negli Stati Uniti, le cui importazioni nel corso dei primi sei mesi del 2022 sono cresciute del 7,6% rispetto alla media del 2021. Il mercato USA è la prima destinazione extra-UE per l’Italia e la terza nel mondo; rappresenta il 12% dell’export italiano, una percentuale più elevata rispetto agli altri tre grandi paesi europei. Anche una maggiore specializzazione geografi ca verso Canada, Corea del Sud, Slovenia e Turchia ha supportato la crescita delle vendite italiane all’estero.

Infine, la performance italiana rispetto a quella tedesca è stata favorita anche dalla dinamica incrociata nei rispettivi mercati di sbocco: il contributo del mercato italiano alla crescita delle esportazioni tedesche è stato negativo, mentre quello tedesco per le vendite italiane è stato debolmente positivo.

Dal punto di vista merceologico, può aver contato anche il maggior peso che hanno i prodotti della raffi nazione petrolifera nell’export di Italia e Spagna, rispetto a quello che hanno per le vendite estere di Germania e Francia.

Un altro fattore rilevante è costituito dalle strozzature a livello globale nelle filiere di fornitura, che si sono accentuate nel corso del 2021, al di là della diversa esposizione geografi co/merceologica degli scambi. Per le imprese tedesche, che sono maggiormente integrate nelle catene globali del valore rispetto alle imprese degli altri paesi europei, i dati qualitativi indicano che tali strozzature sono state più diffuse, cioè che, come fattore limitante della produzione, hanno riguardato una quota maggiore di imprese (Grafico 9).

Grafico La maggiore esposizione agli approvvigionamenti pesa sulla dinamica dell’export - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

Prospettive deboli

Nella parte fi nale dell’anno molti dei fattori che hanno sostenuto l’export italiano si affievoliranno o verranno meno.

La domanda nei principali mercati di destinazione, Europa e Stati Uniti, è attesa ristagnare o calare; le prospettive sono negative soprattutto in Germania, il più importante partner commerciale e produttivo italiano. Perciò la domanda potenziale per i prodotti italiani crescerà molto debolmente, a un ritmo inferiore a quello, già deludente, del commercio mondiale.

La spinta offerta dall’euro debole si affi evolirà gradualmente, nello scenario CSC (che lo ipotizza costante nell’orizzonte previsivo). Invece, l’aumento dei costi dell’energia, particolarmente severo per le aziende italiane, tenderà a ridurre la loro competitività all’estero, soprattutto nei mercati extra-europei.

Nel breve periodo, prospettive deboli sono confermate dagli indicatori qualitativi, che segnalano contrazione già da maggio (secondo il PMI). Ad agosto si registra un primo segnale di rallentamento per le esportazioni italiane verso i paesi extra-UE. Nello scenario previsivo, la dinamica dell’export di beni italiani è vista sostanzialmente piatta nel resto dell’anno, e positiva, ma a ritmi modesti, nel prossimo.

Export di servizi ai livelli pre-Covid

Le esportazioni italiane di servizi sono tornate ai livelli pre-Covid a inizio anno, grazie al recupero (parziale) dei trasporti e dei viaggi (Grafico 10). Data la profondità della caduta precedente, a tale recupero corrisponde una crescita di ben il 26,0% nella media del 2022 sul 2021, secondo le previsioni CSC. Una dinamica molto simile è attesa anche per le importazioni di servizi.

Grafico Viaggi e trasporti ancora sotto il livello pre-Covid - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

Nonostante la risalita, viaggi e trasporti fi no a luglio (ultimo dato disponibile) restano ancora poco sotto i livelli dei corrispondenti mesi del 2019. Per quanto riguarda i viaggi dall’estero, sulla possibilità di pieno recupero già nella seconda metà del 2022 peserà il mancato contributo del turismo russo (2,2% del totale nel 2019).

Per quanto riguarda i trasporti, invece, il ritorno ai livelli del 2019 è reso più difficile dalla perdita di quote di mercato dei vettori italiani (scesa al 14,4% nel 2021, con un minimo nel settore marittimo). L’aumento dei costi di trasporto, specie nel trasporto marittimo, si riflette quindi dal lato delle importazioni di trasporti, che si attestano su livelli molto superiori al pre-Covid.

Nel complesso, comunque, l’export di servizi italiani è atteso crescere ancora a un discreto ritmo nel 2023 (+3,8%).

Conti con l’estero in negativo per lo shock energetico

Il prezzo dell’energia alle stelle, soprattutto, ma anche l’indebolimento dell’euro, hanno fortemente peggiorato le ragioni di scambio italiane (-6,3% nel 2021 e -11,5% nel 2022 per i beni, secondo le stime CSC). Ciò ha provocato una caduta in territorio negativo del saldo commerciale e di quello delle partite correnti.

Il deficit energetico nei primi sette mesi del 2022 ha raggiunto i 60 miliardi di euro (era pari a -23,6 miliardi nello stesso periodo del 2019). Il surplus negli scambi degli altri beni si è moderatamente ridotto, a causa della robusta dinamica dell’import e dell’aumento dei prezzi di molti input intermedi (Grafico 11).

Grafico Il deficit energetico porta in negativo i conti con l’estero - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

L’effetto delle ragioni di scambio rientrerà solo parzialmente nel 2023, senza recuperare tutto il terreno perduto. Nello scenario CSC, il saldo commerciale registrerà valori negativi nel 2022 (-0,7% del PIL), per la prima volta dal 2011, e recupererà solo in parte nel 2023 (a -0,1%). Il deficit dei servizi rimarrà sostanzialmente stabile.

Di conseguenza, il saldo delle partite correnti registrerà valori negativi nel biennio di previsione (-1,4% e -0,8% del PIL nel 2022 e nel 2023, rispettivamente). Ciò tenderà a peggiorare la posizione patrimoniale netta dell’Italia con l’estero, che si attesta comunque su valori positivi, grazie ai ripetuti avanzi di parte corrente negli ultimi anni (+6,6% del PIL nel 1° trimestre del 2022).

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