Le retribuzioni e i prezzi

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Dinamica salariale nominale in accelerazione

Dopo la frenata nel 2021 (0,9%), la dinamica delle retribuzioni di fatto pro-capite nell’intera economia è prevista accelerare sensibilmente nel biennio di previsione (+3,4% nel 2022 e +3,8% nel 2023). Tuttavia, dato il balzo dei prezzi al consumo in corso quest’anno e atteso rientrare solo parzialmente nel prossimo, quelle reali arretreranno. Il calo previsto per il biennio (-4,5% cumulato), sommato a quello del 2021 (-1,1%) eroderà completamente i guadagni registrati negli anni precedenti (+5,4% tra il 2015 e il 2020).

In dettaglio, il settore pubblico (circa un quarto del monte retributivo totale) è atteso fare da traino, grazie ai rinnovi in corso relativi alla tornata contrattuale 2019-2021. Sulla base delle risorse stanziate dalle ultime quattro Leggi di Bilancio e dell’Ipotesi di CCNL sottoscritta a gennaio di quest’anno per il Comparto Funzioni Centrali (Ministeri, Agenzie Fiscali ed Enti pubblici non economici), che tradizionalmente fa da “apri-pista” rispetto a tutti i rinnovi del pubblico impiego, ci si attende che questi comportino un aumento delle retribuzioni contrattuali di oltre il 4,5% su base annua. L’aumento previsto inciderà solo parzialmente sulla dinamica delle retribuzioni contrattuali del settore pubblico nel 2022, e si manifesterà in larga parte l’anno prossimo, dato che le trattative negli altri comparti procedono a rilento. Dopo la firma del CCNL per il Comparto Funzioni Centrali il 9 maggio 2022, infatti, sono state siglate le ipotesi di CCNL per il comparto della Sanità (15 giugno 2022) e delle Funzioni Locali (4 agosto 2022), ma non ancora per quello di Istruzione e Ricerca.

Le retribuzioni di fatto nel settore pubblico, oltre che dalla dinamica di quelle contrattuali, saranno influenzate nel biennio 2022-2023 anche dal pagamento degli arretrati per il periodo 2019-2021. Sempre stando ai valori previsti dal CCNL per il Comparto Funzioni Centrali, gli arretrati, se pagati entro fine anno, potrebbero valere un +5,0% sulle retribuzioni di fatto pro-capite nel 2022 e una diminuzione di pari entità in valore assoluto nel 2023.

Nel settore privato, la dinamica delle retribuzioni di fatto nel 1° semestre 2022 (+3,0% annuo) è stata sostenuta anche dall’allungamento degli orari di lavoro e dal pagamento di premi di risultato per la buona performance economica nel 2021. Sarà principalmente alimentata dalla dinamica delle contrattuali nella seconda parte di quest’anno e buona parte del prossimo, a causa del rallentamento dell’attività in corso e la flessione prevista in autunno-inverno.

Con un’inflazione al di sopra delle attese già dall’anno scorso, le retribuzioni contrattuali, secondo le regole degli Accordi Interconfederali del 2009 e del 2018, potranno crescere, oltre che per gli aumenti già prestabiliti in fase di rinnovo a copertura dell’inflazione attesa, anche per aumenti a recupero degli scostamenti tra inflazione prevista e inflazione realizzata. Oltre che dagli scostamenti indicati dall’ISTAT (a giugno di quest’anno per il 20214 e a maggio-giugno dell’anno prossimo per il 2022), l’entità e la tempistica degli effettivi recuperi dipenderanno da una serie di fattori, eterogenei a livello settoriale, legati sia agli incrementi retributivi già previsti dai vari CCNL in vigore, in alcuni casi in eccesso rispetto all’inflazione attesa, sia alle ricadute economiche della crisi energetica, che saranno particolarmente severe per alcuni settori.

Nei servizi privati, dove la copertura dei CCNL in vigore è bassa (37,2% a fine giugno 2022, contro il 94,3% nell’industria), le retribuzioni contrattuali sono attese crescere anche in funzione di eventuali rinnovi.

Nell’ipotesi di un rafforzamento della dinamica delle retribuzioni contrattuali già quest’anno (oltre l’1% stimato a bocce ferme dall’ISTAT fi no a dicembre 2022), ma soprattutto l’anno prossimo, il ritmo di crescita delle retribuzioni di fatto nel complesso del settore privato è previsto in forte accelerazione da +0,3% nel 2021, con valori prossimi a +2,5% nella media del 2022 e superiori a +4,0% nel 2023.

Inflazione record

La dinamica dei prezzi al consumo in Italia è salita rapidamente nel corso del 2022, arrivando al +8,9% annuo a settembre (Grafico 17), su valori che non si registravano dagli anni Ottanta. La variazione media già acquisita per quest’anno è pari al +7,1%.

Grafico Inflazione ai massimi in Italia - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

Nello scenario CSC, l’inflazione resterà sugli elevati valori attuali per la parte finale del 2022. In media, si assesterà al +7,5% (da +1,9% nel 2021), con una revisione al rialzo di +1,4 punti rispetto allo scenario CSC di aprile. Nel 2023, è attesa in discesa, ma ancora elevata, al +4,5% in media, per l’esaurirsi graduale dell’impatto del rincaro di petrolio e gas naturale sulla variazione dei prezzi al consumo energetici (calcolata sui 12 mesi); si tratta, comunque, di una revisione al rialzo di +2,5 punti rispetto ad aprile.

Questa previsione di un’inflazione in netto aumento quest’anno e più contenuta nel prossimo è basata su vari fattori. L’indebolimento dell’euro sul dollaro nel 2022 (-11,2% annuo) accentua in Italia e nell’Eurozona l’inflazione “importata” tramite input acquistati dall’estero, in particolare le materie prime. Questo tende ad accelerare la dinamica dei prezzi in Europa relativamente agli USA. Per il 2023, l’ipotesi incorporata nello scenario CSC comporta un ulteriore deprezzamento dell’euro (-4,8%), che limita in Italia e negli altri paesi dell’Area i benefici della prevista flessione del prezzo del petrolio.

Le attese dei consumatori italiani sui prezzi, secondo i dati qualitativi, erano salite a un picco di +51 a marzo, sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina, ma poi si sono moderate, fi no a +20 in agosto, restando comunque ampiamente rialziste (saldo delle risposte; sui 12 mesi). Profilo analogo per le attese delle imprese industriali sui propri prezzi di vendita: il picco è stato toccato a +53 in aprile, seguito da una “correzione” al ribasso, fi no a +36 in agosto. Dunque, negli ultimi 4-5 mesi le aspettative di famiglie e imprese non stanno più inseguendo il continuo rialzo dell’inflazione.

Le pressioni inflazionistiche di origine interna in Italia, in effetti, sono contenute. La domanda dei consumatori non è ancora pienamente recuperata ed è attesa di nuovo in indebolimento tra fi ne 2022 e inizio 2023. Inoltre, l’attività economica in alcuni specifici settori resta ancora debole, dopo la caduta per la pandemia; ciò avviene sia all’interno dell’industria, che tra i servizi.

Ciò ha aiutato a limitare, nella prima parte del 2022, gli effetti di second round del caro energia e dei rincari delle altre commodity sui prezzi domestici. Solo negli ultimi mesi la dinamica dei prezzi core (esclusi energia e alimentari) in Italia è stata spinta al rialzo in misura più marcata, arrivando al +3,9% annuo a settembre. La dinamica di questi prezzi resta più alta nell’Eurozona (+4,8%) e soprattutto negli USA (+6,3%). Questo divario riflette il fatto che in Italia le imprese hanno, per molti trimestri, fi n dal 2021, per lo più assorbito nei propri margini i rincari delle materie prime, iniziando a scaricarli maggiormente a valle solo di recente e in misura parziale. Nel 2023, è atteso un ulteriore aumento dell’inflazione di fondo in Italia.

Tra i prezzi al consumo core in Italia, la dinamica è salita per i servizi al +3,9% annuo a settembre (da +1,8% a gennaio). Gran parte di questi rincari sono dovuti ai servizi di trasporto (+7,2%), che sono quelli che risentono più direttamente del caro-energia, attraverso il costo dei carburanti. Tuttavia, incrementi significativi si registrano anche per i prezzi dei servizi ricreativi-culturali (+5,7%).

Anche i prezzi al consumo dei beni industriali stanno accelerando negli ultimi mesi (+4,0% a settembre; erano a +0,7% a inizio anno). I maggiori rincari si registrano per i beni non durevoli (+4,7%). Tale dinamica resta molto inferiore rispetto a quella dei corrispondenti prezzi alla produzione per i beni di consumo. Ciò riflette un’erosione dei margini anche nella fase della distribuzione al consumatore.

Per l’aggregato della manifattura, i dati su costi e margini fotografano un fortissimo aumento del costo degli input (+26,5% da fi ne 2020 al 2° trimestre 2022), a causa dei rincari delle commodity e, quindi, margini operativi delle imprese fortemente colpiti (-3,6%; Grafico 18). Infatti, a fronte dei maggiori costi, le imprese italiane riescono solo in modo più contenuto a rialzare i listini: +17,9% il prezzo dell’output da fi ne 2020, con un’evidente accelerazione nei primi due trimestri del 2022 (+8,2%) data la pressione del caro-energia.

Grafico Margini industriali erosi dal balzo dei costi - Rapporto di previsione CSC autunno 2022

L’aumento dei prezzi di vendita delle imprese italiane non è uniforme: +19,2% annuo a luglio sui beni intermedi, +8,6% per quelli strumentali, +8,8% sui beni di consumo. Perciò, i margini industriali tendono ad essere più sotto pressione nei settori posti più a valle, che producono beni per il consumo finale, oltre che nei settori che fanno più uso delle commodity con i maggiori rincari (al momento, gli energivori e le imprese in cui è maggiore l’incidenza dell’energia sui costi complessivi).

L’impennata dei prezzi energetici al consumo in Italia (+44,5% annuo a settembre) è responsabile di gran parte dell’aumento dell’inflazione nel 2022 (+4,2 punti il contributo all’indice generale, circa metà del totale). I prezzi dell’energia in Italia (carburanti per i trasporti, elettricità e gas per la casa) seguono l’aumento delle quotazioni del petrolio e del gas con un breve ritardo e con un’intensità smussata dai vari interventi governativi del 2021-2022. Nello scenario CSC, nel 2022 il Brent in euro salirà di un +62%, mentre il gas in euro di un +226%. Nel 2023 il gas registrerà un ulteriore +35%, mentre il Brent segnerà un calo del 6% ma sarà su livelli ancora alti. Ciò significa che la dinamica dei prezzi energetici al consumo in Italia (la variazione sui 12 mesi) rallenterà gradualmente nel corso dell’anno; nei mesi finali del 2023 dovrebbe scendere verso valori vicini allo zero. Questo andamento giustifica l’attesa frenata dell’indice generale dei prezzi nel 2023.

I prezzi alimentari hanno accelerato molto la crescita (+11,5% annuo a settembre), restando comunque su dinamiche più basse rispetto all’energia. Dalle materie prime alimentari, infatti, nella prima parte del 2022 è venuta una forte spinta al rincaro, conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina, che ha spinto al rialzo in particolare i prezzi di grano e mais. Di recente però le quotazioni alimentari hanno registrato una corposa correzione al ribasso. Nella media del 2023 rispetto all’anno prima, quindi, è attesa una parziale flessione per le commodity agricole. Perciò, la crescita dei prezzi al consumo alimentari in Italia dovrebbe abbassarsi già nei mesi finali del 2022 e poi il prossimo anno.

L’inflazione in Italia nel 2022 dovrebbe risultare più bassa di quella media dell’Eurozona, con un divario di -0,6 punti. Nella media del 2023 la distanza dovrebbe restare significativa (-1,0 punti). La stima della BCE per l’inflazione nell’Eurozona, infatti, è di +8,1% nel 2022 e +5,5% nel 2023.

Nello scenario CSC, il deflatore del PIL in Italia registrerà nel 2022 una dinamica (+2,8%) molto più bassa di quella dei prezzi al consumo, per effetto del fortissimo aumento dei prezzi all’import (che entrano con il segno negativo nel calcolo). Nel 2023, il deflatore del PIL (+3,3%) sarà ancora, ma di poco, più basso rispetto alla dinamica dell’inflazione, ma un po’ più alto del deflatore dei consumi: l’andamento dei prezzi all’import è atteso in rallentamento e sarà inferiore rispetto a quello dei prezzi all’export.

Importante notare che nel 2022 si è aperto un ampio divario tra l’inflazione misurata sui prezzi al consumo e il deflatore dei consumi delle famiglie (che è quello che entra nel calcolo del deflatore del PIL), stimati entrambi dall’ISTAT ma con metodi diversi. La dinamica del NIC è più alta di circa 1,5 punti, un divario mai registrato in passato. Il motivo potrebbe risiedere nei rapidi cambiamenti nelle abitudini di spesa delle famiglie italiane, a fronte del brusco balzo dei prezzi.

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