Decreto Fiscale: giudizio critico, servono misure che non si limitino a minacciare il carcere

05 novembre 2019 | Politiche Fiscali

In occasione dell’audizione di oggi in Commissione Finanze della Camera sul Decreto Fiscale, il nostro Direttore Generale Marcella Panucci esprime un giudizio negativo sul provvedimento.

Contrastare efficacemente l'evasione fiscale è un’opera complessa, poiché il fenomeno è articolato e necessita di strumenti vari e sofisticati. Non tenerne conto rischia di generare soluzioni inutili, ispirate più da ragioni di gettito e dalla volontà di fornire risposte semplici e demagogiche, anziché dalla volontà di mettere in atto una reale e seria politica di contrasto.

La valutazione di Confindustria sul Decreto Fiscale collegato alla Manovra di bilancio

Gli imprenditori si aspettano azioni più meditate di quelle oggi sul tavolo che sembrano dettate, in larga parte, dall'urgenza di reperire risorse finanziarie, ma che rischiano di penalizzare in modo non solo sproporzionato ma anche indiscriminato l'intero sistema imprenditoriale, se non attentamente calibrate.

Da un lato occorrono interventi che non si limitino a minacciare il carcere come unica risposta sanzionatoria, ma che disegnino pene, anche severe, in funzione del disvalore sociale della condotta e delle oggettive caratteristiche e condizioni di chi la mette in atto. 

Una seria ed efficace azione di contrasto, dovrebbe agire  anche su altri fronti e non solo su quello repressivo, puntando su strumenti di carattere premiale per incentivare comportamenti virtuosi e interventi di razionalizzazione dell'impianto sanzionatorio e di depenalizzazione di quelle condotte che non sottintendono un dolo specifico o un intento frodatorio.

Dall'altro lato, la lotta all'evasione non deve penalizzare i contribuenti onesti. Chi quotidianamente svolge attività d'impresa non dovrebbe subire ulteriori e ingiustificate riduzioni di liquidità, né essere costretto a districarsi tra vincoli e procedure bizantine pensate per imprese che operano sul filo della criminalità.

In sostanza, per contrastare il fenomeno dell'evasione, molto più efficace sarebbe continuare a puntare sui moderni strumenti elettronici che, dalla fatturazione ai pagamenti, possono rivelarsi una carta vincente, purché realizzino ciò che promettono, a partire dalla semplificazione degli adempimenti.

Inoltre, affidare a un decreto legge la materia penale e' quantomeno discutibile, senza contare che la durata dei processi sarà indefinitivamente allungata dal nuovo regime di prescrizione.


Le disposizioni che le imprese chiedono di abrogare nel passaggio parlamentare

Sugli strumenti per la lotta all'evasione fiscale - come la riforma delle norme penali tributarie, la confisca, la 231 - Confindustria esprime un'opinione molto critica sia sul merito sia sul metodo.

Come per lo strumento delle ritenute fiscali negli appalti, un modo per scaricare gli oneri sia finanziari sia burocratici sul mondo delle imprese in una maniera che oggettivamente diventa insostenibile per le imprese che hanno rapporti di fornitura, appalto ecc, di fatto la totalità delle imprese italiane.

Tra le altre maggiori criticità per le imprese, segnaliamo la nuova disciplina di responsabilità solidale del committente: ha un ambito applicativo molto esteso - ricomprendendo tutti i casi di esecuzione di una opera o di un servizio anche al di fuori di un contratto di appalto - e mette in evidenza anche le gravi conseguenze sotto il profilo finanziario, poiché viene sottratta alle imprese ulteriore liquidità per il pagamento al committente delle ritenute.

Il Direttore Generale Panucci ha quindi chiesto che nel passaggio parlamentare si abroghino le disposizioni.

Così come sono stati chiesti correttivi alla disciplina penale-tributaria e interventi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. In particolare, riguardo le soglie di punibilità il decreto-legge procede a una contrazione indistinta delle soglie penali per la dichiarazione infedele e per gli omessi versamenti di Iva e ritenute.

La determinazione di tali soglie in importi fissi continua a penalizzare fortemente le imprese di medie e grandi dimensioni, per le quali è più facile, e in alcuni casi pressoché automatico, superare il livello quantitativo di rilevanza penale.

Al contrario sarebbe stato più opportuno introdurre criteri di rilevanza proporzionali alla dimensione di impresa.

Il tema degli omessi versamenti Iva e delle ritenute rimanda poi a un'altra nota dolente. È arduo rintracciare il dolo specifico o l'intento frodatorio in tali condotte, perché il comportamento di chi non versa imposte o ritenute, dopo averle correttamente dichiarate, è più riconducibile a difficoltà finanziarie che non alla volontà di mettere in atto condotte criminali meditate a monte.

Sarebbe stato più opportuno, anche in un'ottica di bilanciamento dell'intervento, depenalizzare queste fattispecie di reato.

Anche la confisca allargata, nata per contrastare i fenomeni che postulano un'organizzazione criminale stabile e strutturata, specie di stampo mafioso mal si concilia con condotte illecite di natura tributaria, per le quali è difficile individuare nell'autore del singolo fatto (che, per la norma penale non è la società, ma la persona fisica) una "dedizione all'illecito".

Ma soprattutto preoccupa l'effetto dirompente che avrebbe sulle imprese l'applicazione, in sede cautelare, del sequestro preventivo finalizzato alla confisca allargata, che allenterebbe il nesso tra l'oggetto dell'ablazione e il singolo reato, affievolendo l'onere probatorio gravante sull'accusa, articolato su un regime di presunzioni.

 


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