Medio Oriente e Nord Africa: nuove opportunità e strategie di business per le PMI italiane

Note dal CSC

Cristina Pensa, Francesca G.M. Sica

 

  • L’area MENA, ovvero i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, possiede fattori di attrattività tali da renderla appetibile come nuova “terra promessa del business” per le nostre imprese? Certamente si e per diversi motivi. Il progetto cinese della Nuova Via della Seta Marittima sta accrescendo il ruolo economico dei paesi appartenenti a quest’area, già ricchi di risorse energetiche e con forza lavoro giovane. Un’occasione da sfruttare a pieno sarà l’Expo Dubai 2020 in quanto vetrina privilegiata per le nostre piccole e medie imprese.
  • Quali sono gli attuali legami economici tra l’Italia e questa’area? L’Italia detiene una quota di mercato pari al 5,3 per cento, posizionandosi al quarto posto come fornitore dei MENA subito dopo la Cina, gli Stati Uniti e la Germania. I prodotti italiani vincenti, oltre a quelli del made in Italy sono anche i prodotti in metallo, in ceramica, i macchinari, i gioielli e, infine, le armi
  • I MENA rappresentano il nostro secondo mercato di destinazione sia in termini di presenza di PMI esportatrici (oltre 1 impresa di piccole e medie dimensioni su 10), sia in termini di valore delle merci esportate.
  • Intensi anche i legami diretti, il 10 per cento dei capitali italiani investiti all’estero è attualmente impegnato in questi paesi contro appena l’1,4 per cento di quello mobilitato dalle imprese tedesche. Inoltre, l’Italia è una fornitrice netta di servizi ad alto contenuto tecnologico
  • Per l’Italia, che è la piattaforma logistica naturale per le nuove rotte commerciali, l’area, oltre agli ovvi vantaggi derivanti dalla vicinanza geografica, rappresenta un mercato di sbocco in crescita. Infatti, si stima che nel 2030 la classe media, quella fetta di consumatori con più elevata propensione al consumo, aumenterà di 100 milioni di persone. Cosa implica per l’Italia? La nuova middle class nel 2030 esprimerà una domanda potenziale di consumo equivalente all’ammontare del PIL italiano attuale.
  • Il conseguente incremento dell’urbanizzazione comporterà un’ulteriore crescita della domanda di grandi opere infrastrutturali da parte di questi paesi e, quindi, l’opportunità per gli ingegneri e tecnici italiani di trasferire tecnologia e know how incorporato nei servizi di progettazione. Inoltre gli investimenti in grandi opere infrastrutturali indotti dall’organizzazione dei mondiali di calcio in Qatar nel 2022 rappresentano un’opportunità ghiotta per il made in Italy
  • I rapporti commerciali non sono unilaterali dal nostro paese verso l’area, ma biunivoci poiché rilevante è la dipendenza petrolifera italiana da questi paesi: più del 55 per cento del petrolio necessario al fabbisogno energetico nazionale proviene dai MENA. In termini di fattori di produzione, oltre alle risorse naturali di natura energetica, un asset rilevante è l’ampia disponibilità di forza lavoro giovane: il tasso di disoccupazione giovanile e il tasso di inattività femminile sono tra i più elevati al mondo.

 

      1. La presenza dell’Italia nella ”nuova terra promessa del business”

      Circa un miliardo di persone gravita intorno al Mediterraneo e di questi quasi la metà, per l’esattezza 460 milioni, popola appunto l’area dei MENA. Quanto alla dimensione economica, il PIL reale generato nel complesso dall’area si aggira intorno ai 3.500 miliardi di dollari, un ordine di grandezza simile a quello della Germania. L’eterogeneità dell’area è tra le più elevate al mondo e da vari punti di vista: politico, economico e sociale (Figura A). Per questo la regione è stata segmentata in tre gruppi in base alla disponibilità di due fattori, risorse naturali e lavoro:

      Nei MENA sempre presenti risorse umane e/o naturali - Nota dal CSC

      • ricchi di risorse, abbondanti di lavoro (RRLA): Algeria, Iraq, Siria e Yemen;
      • ricchi di risorse, poveri di lavoro (RRLP): Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (questi primi paesi appartengono al Consiglio di cooperazione del golfo, GCC) e Libia;
      • poveri di risorse, abbondanti di lavoro (RPLP): Egitto, Gibuti, Giordania, Libano, Mauritania, Marocco, Tunisia, Turchia e i Territori Palestinesi.

      Quali sono le relazioni economiche tra l’Italia e i paesi MENA? Quantificare la nostra presenza nell’area, qualificarla per dimensione di impresa e descrivere il modo in cui la presidiamo in termini di settore merceologico è l’obiettivo di questa Nota. Attraverso i principali indicatori relativi agli investimenti diretti esteri, agli scambi di beni, ai flussi di tecnologia, alle opere infrastrutturali realizzate, si cerca di scattare un’istantanea della presenza italiana nei MENA.

       

      1.1 I capitali italiani presenti nei MENA

      Il principale investitore internazionale dell’Area è la Cina e questo dato da solo è sufficiente per spiegare quanto sia strategica la posizione geografica e il potenziale economico di questi paesi. Infatti, la Cina dal 2005 al 2018 ha investito quasi 200 miliardi di dollari e di questi il 45 per cento rientra proprio nel piano di sviluppo globale previsto con la Belt and Road Initiative (BRI). Infatti, la maggior parte dei capitali cinesi, i due terzi, sono destinati proprio al potenziamento delle infrastrutture attualmente molto carenti nell’area. Il rafforzamento della presenza della Cina nell’area non testimonia altro che la strategicità di questi territori per un insieme di fattori compresenti: la loro collocazione geografica (in particolare, sono il passaggio obbligato per una ferrovia che metta in comunicazione la Cina con l’Europa, nonché la via marittima principale per la connessione), per la ricchezza di risorse primarie (petrolio e gas) e infine perché necessitano di ricostruzioni (nella maggior parte) e costruzioni ex novo (in molte) delle utilities fondamentali. I forti legami diretti che finora le imprese italiane hanno intessuto con i paesi MENA sono superiori a quelli realizzati dagli altri paesi europei che mediamente destinano a quest’area soltanto l’1,5 per cento dei loro capitali investiti all’estero a fronte del 10 per cento impegnato dall’Italia. Questo testimonia che le scelte degli investitori italiani sono lungimiranti e stanno andando nella giusta direzione.

      Le imprese presenti sul territorio dei MENA che hanno ricevuto capitali italiani sono più di 2mila, pari al 6 per cento delle imprese italiane che hanno partecipazioni nelle imprese estere di tutto il mondo e occupano quasi 80mila dipendenti (il 5 per cento del totale occupato nelle imprese estere con capitali italiani), producendo un fatturato di quasi 26 miliardi di euro (Tabella A). La distribuzione dei capitali italiani è fortemente concentrate, poiché più del 90 per cento è destinata a setti paesi (Turchia, Libia, Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Tunisia e Marocco) su diciannove. Al primo posto per interesse delle imprese italiane si trova la Turchia, il paese con la maggiore affinità economica. L’attrattività del paese della mezza luna è avvalorata anche su scala globale, poiché fino al 2017 la Turchia occupava la seconda posizione nel rank dei paesi MENA per capitali esteri ricevuti dal mondo (più del 18 per cento degli investimenti stranieri destinati all’area), subito dopo l’Arabia Saudita. Le imprese italiane hanno mostrato preferenza anche per paesi come Egitto, Marocco e Tunisia, che appartengono al gruppo con scarse risorse, sia di lavoro sia naturali, in quanto risultano essere strategici in prospettiva per presidiare l’Area.

      I numeri delle imprese italiane all'estero - Nota dal CSC

      Altro importante paese per presenza di capitali italiani è l’Iran: il 45 per cento dei capitali europei che sono arrivati nel paese nel 2017 proveniva proprio dall’Italia. Le imprese italiane erano molto interessate a potenziare la loro presenza diretta, all’indomani dell’entrata in vigore del JCPOA, ma l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’Accordo, a maggio 2018, e le successive sanzioni secondarie hanno minato l’attrattività del Paese. Anche la Cina sta rivedendo i suoi piani di investimento nella Repubblica islamica, nonostante rappresenti un paese fondamentale per lo sviluppo della via terrestre della BRI.

       

      1.2  Gli scambi commerciali

      Negli ultimi trenta anni c’è stata una forte ricomposizione dei fornitori internazionali dell’area a favore del primo esportatore mondiale: la Cina. Nel 2017 il 14 per cento dell’importazioni dei MENA è stata soddisfatta dalla Cina, pari alla quota tedesca del 1990. I principali esportatori storici dei MENA come Stati Uniti, Germania e Italia hanno tutti ridotto le loro quote. Da segnalare la contrazione molto più contenuta della quota italiana rispetto a quella registrata dai primi due competitor (Figura B).

      Grafico L'Italia contiene la perdita di quote di mercato - Nota dal CSC

      L’Italia è da sempre uno dei principali fornitori internazionali per l’area. Non continuare ad alimentare lo scambio diretto di beni sarebbe deleterio soprattutto in prospettiva per le opportunità che si presenteranno, posto che il Mediterraneo occupa e continuerà ad occupare un ruolo fondamentale nei prossimi anni, sia per le rotte commerciali sia per l’evoluzione della classe media (si rinvia al paragrafo 4). È quindi necessario intensificare la presenza italiana anche attraverso un ruolo più attivo per la risoluzione di importanti situazioni che richiedono un intervento a livello internazionale, come ad esempio la crisi in Libia, l’embargo americano all’Iran, l’instabilità politica egiziana, l’offensiva turca e la crisi economica-sociale in Tunisia. Tutto ciò aumenterà la stabilità globale, la grande assente in questi ultimi anni. Nel 2018 gli scambi commerciali tra l’Italia e i paesi MENA hanno movimentato più di 75 miliardi di euro. I paesi maggiormente coinvolti sono: Turchia (che attiva quasi un quarto del totale scambiato) e, un po’ distanti dalla prima, Algeria, Arabia Saudita, Tunisia e Emirati Arabi Uniti. Cosa esporta l’Italia in questi paesi? La struttura settoriale rispecchia prevalentemente quella verso il mondo ad eccezione dei prodotti petroliferi raffinati, che rappresentano una quota rilevante del totale italiano esportato nel mondo (quasi un terzo). In particolare, le esportazioni in Libia si basano per più del 50 per cento proprio su questo comparto. I macchinari, primo comparto per peso delle esportazioni italiane nel mondo, lo sono anche verso i paesi MENA.

      Seguono i settori in cui il peso dell’Italia è importante per il mondo, compresi quello del made in Italy (Tabella B). La stringente relazione commerciale tra Italia e MENA non si basa solo sulle nostre vendite ma anche sui nostri acquisti. Infatti, la dipendenza petrolifera dell’Italia da questi paesi è rilevante: più del 55 per cento del petrolio necessario al fabbisogno energetico proviene dall’area. La quota salirebbe a più del 60 per cento se si considerasse anche l’Iran, attualmente sotto embargo americano, che ha fatto crollare a zero la quota di petrolio importato dal 12 per cento (terzo paese fornitore) dei primi dieci mesi del 2018. Inoltre, la forte instabilità economica della Libia mette a rischio anche la quota petrolifera, una delle più importanti, proveniente dal paese (Tabella C).

      Tabella Da chi acquista il petrolio l'Italia? - Nota dal CSC

      Qual è stata la strategia vincente degli esportatori italiani nei MENA? Al fine di cercare di rispondere a questa domanda abbiamo elaborato un indice del vantaggio comparato delle esportazioni rispetto a quelle dei paesi dell’Unione europea. Si tratta di prodotti per i quali le imprese esportatrici italiane hanno una marcia in più rispetto a quelli venduti dagli altri paesi europei. Tali beni sono quelli che connotano il made in Italy (abbigliamento, calzature, tessile, mobile, ceramic, gioielli), ma non solo, anche i prodotti in metallo, i macchinari, e infine armi e munizioni. Distinguendo i paesi appartenenti ai MENA per reddito, secondo quanto stabilisce la Banca mondiale, sebbene i settori che hanno un vantaggio comparato non varino, ciò che cambia è la loro posizione nella classifica dei singoli paesi (Tabella D). Dal 2000 al 2018 le imprese esportatrici italiane hanno attuato la stessa strategia di quelle tedesche, riducendo il peso delle esportazioni verso i paesi a medio-basso reddito e aumentando quelle verso quelli ad alto reddito. Infatti, alle esportazioni italiane di beni nei paesi ad alto reddito è attualmente destinato quasi il 33 per cento del totale esportato rispetto al 25 per cento del 2000. La strategia spagnola ha invece premiato i paesi a medio-basso reddito, aumentando verso di loro di 11 punti percentuali l’ammontare esportato.

      Tabella Quali sono i settori vincenti delle esportazioni italiane? - Nota dal CSC

       

      1.3  Tipologie di imprese italiane nei MENA

      Qual è la tipologia di imprese presenti nei MENA? In termini di presidio del mercato calcolato sulla numerosità di imprese esportatrici, l’area rappresenta il secondo mercato di destinazione subito dopo i paesi europei (UE e non UE) con più di 54mila imprese presenti. Più di 14 imprese su 100 sono impegnate a soddisfare la domanda proveniente da questi paesi. Se si considera il valore delle esportazioni delle imprese italiane il mercato dei MENA perde una posizione passando al terzo posto come mercato di sbocco dopo i paesi europei e l’Asia orientale; comunque per le imprese di piccole e medie dimensioni i paesi MENA rappresentano sempre il secondo mercato di destinazione (Tabella E).

      Tabella Quali sono i settori vincenti delle esportazioni italiane? - Nota dal CSC

      Un importante campo da esplorare soprattutto per le PMI, che hanno maggiore difficoltà ad affrontare i costi all’esportazione, è l’e-commerce in Medio Oriente. In particolare, nei sei paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) il commercio elettronico ha raggiunto un valore di circa 5 miliardi di dollari nel 2016, con un tasso di penetrazione sul totale delle vendite al dettaglio di appena il 2 per cento. La dimensione dell’ecommerce è dunque ad oggi contenuta, ma si stima che entro il 2020 raddoppierà la propria taglia grazie al previsto aumento del ceto medio in tutta l’area, sebbene il principale mercato potenziale resteranno gli Emirati Arabi Uniti, seguiti dall’Arabia Saudita.

       

      1.4  Le grandi opere infrastrutturali

      Il fenomeno dell’urbanizzazione, strettamente connesso al cambiamento demografico e all’espansione della classe media, sta spingendo la domanda di infrastrutture (Tabella F). Sulla base dei risultati dell’ultimo rapporto ANCE, le opere infrastrutturali nell’area MENA parlano sempre più italiano: nella classifica dei primi dieci mercati per entità delle commesse in corso, figurano l’Arabia Saudita al 4° posto, l’Algeria al 5° e il Qatar al 10°; con riferimento alle nuove acquisizioni di commesse troviamo in aggiunta al 5° posto gli Emirati Arabi Uniti

      Tabella Le grandi opere infrastrutturali “parlano italiano” - Nota dal CSC

      Strettamente connessa alla realizzazione di opere infrastrutturali è la fornitura di servizi tecnologici. Si tratta di servizi ad alto contenuto di conoscenza che si sostanziano in studi tecnici e di progettazione, nell’invio di tecnici ed esperti per collaudi e affiancamento delle maestranze locali, ma anche assistenza tecnica connessa a cessioni e diritti di sfruttamento. L’Italia è una fornitrice netta di questa tipologia di servizi ad alto contenuto tecnologico dei Paesi MENA, essendo il saldo tra crediti e debiti positivo per tutte le sottocategorie (Figura C).

      Grafico L'Italia è una fornitrice netta di tecnologia - Nota dal CSC

      Cosa e quanto facciamo ad oggi nell’area rappresenta un’analisi propedeutica al fine di evidenziare eventuali margini ancora da sfruttare e per elaborare strategie di rafforzamento e diversificazione della nostra presenza.


      2. Le strategie per intercettare le nuove opportunità di business del 2030

      Il profilo dei paesi che compongono l’area sta cambiando e sotto vari aspetti, primo fra tutti quello demografico. Secondo le proiezioni della Banca mondiale la popolazione dei MENA sotto i 35 anni che oggi rappresenta il 65 per cento si attesterà intorno al 57 per cento nel 2030, perpetuando il disallineamento rispetto alla domanda di lavoro che non riesce a creare occupazione per assorbire l’eccesso di offerta giovanile. All’opposto per l’Italia, le proiezioni demografiche sono allarmanti, posto che le coorti di età avanzata si infoltiranno ulteriormente mentre quelle giovani si svuoteranno, aumentando il peso della popolazione inattiva su quella in età lavorativa prevista anch’essa, a sua volta, in sensibile riduzione. La distribuzione della popolazione dell’Italia al 2030 si discosterà ancora di più dalla classica “piramide”: si restringerà la base a causa della bassa natalità e si amplierà il vertice a causa dell’invecchiamento (Figura D).

      Grafico Nei MENA sempre più giovani, in Italia sempre più vecchi - Nota dal CSC

      L’evoluzione della struttura demografica, unitamente allo sviluppo economico, sta generando effetti di ampia portata fra i quali l’espansione della classe media, definita dalla quota di individui che dispone di un reddito compreso tra il 75 per cento e il 200 per cento del reddito mediano. Per comprenderne appieno l’importanza è utile tenere a mente che nel mondo il peso del ceto medio, pari al 40 per cento della popolazione totale, tradotto in numeri assoluti corrispondeva nel 2015 a 3 miliardi di persone e generava un consumo pari al 48 per cento del PIL mondiale. Le proiezioni al 2030 quantificano l’incremento della massa di consumatori medi in oltre 2 miliardi di persone, il cui stock risulterà in totale quasi il doppio di quello del 2015, il che significa più di 2 individui di ceto medio ogni 3 abitanti nel mondo che esprimeranno una domanda di consumo di beni pari al 40 per cento del valore del PIL mondiale. Impressionante la dinamica prevista nei MENA, dove si stima che trasleranno al ceto medio circa cento milioni di persone che domanderanno beni di consumo per un valore pari all’attuale PIL italiano in dollari (Tabella G).

      Tabella Nel 2030 forte crescita della classe media - Nota dal CSC

      Diventa, dunque, di cruciale importanza intercettare in anticipo la domanda di questa grossa massa di consumatori, per infondere nuova linfa vitale al nostro sistema produttivo, compensando così il progressivo venir meno del sostegno al PIL nostrano proveniente dalla domanda interna. Ma non si tratta solo di beni di consumo durevoli e non durevoli, ma anche di investimenti in istruzione. Infatti, spinta da velleità di riscatto sociale, la classe media si trasferisce in città e investe in capitale umano. Per questo l’interesse non è solo per le imprese manifatturiere ma anche per quelle delle costruzioni per via dell’incremento della domanda di abitazioni per uso residenziale, scolastico e sanitario. Ma saranno necessarie anche grandi infrastrutture come porti, aeroporti, ponti, impianti elettrici e idrici, rete/pavimentazione stradale.

      L’Italia è in grado di cogliere l’opportunità che si sta concretizzando, sfruttando la sua posizione privilegiata, ma solo ad una condizione: potenziare la sua competenza logistica nella quale ha accumulato troppi ritardi. L’Italia è al 19° posto in termini di performance logistica secondo quanto emerge dall’indicatore elaborato dalla Banca mondiale per 160 paesi. La sua posizione è molto distante dalla Germania che occupa, invece, il primo posto. Per rafforzare questo pilastro fondamentale per la qualità delle connessioni l’Italia ha predisposto nel quadriennio 2013-2017 investimenti pari a 147 miliardi di euro, il 2,8 per cento del PIL, che sono poco più della metà rispetto a quelli realizzati dalla Germania (248 miliardi di euro). Al fine di attirare anche capitali esteri oltre a quelli nazionali per potenziare i porti sono state istituite le Zone Economiche Speciali (ZES), ovvero territori in cui è possibile ricevere delle agevolazioni fiscali e/o amministrative. Allo stato attuale l’iter burocratico previsto dalla legge 59/2017 (che prevede deroghe di natura economico-giuridica), è stato completato dalle ZES di Campania, Calabria e Taranto. L’interesse manifestato dagli investitori stranieri, in particolare arabi, verso le ZES italiane conferma l’urgenza di completare i passaggi necessari per renderle operative. Non è un caso che i maggiori porti mediterranei – Tanger Med in Marocco, Port Sa’id in Egitto e Instabul in Turchia, abbiano delle ZES strutturate in maniera tale da riuscire ad attirare nella gestione dei terminal uno o più grandi player logistici.

      La presenza di questo tipo di operatori garantisce agli scali una dimensione maggiore, assicurando la rapidità e la regolarità dei servizi marittimi e di quelli a terra e contribuendo alla gestione di tutte le fasi della filiera logistica, trasporto terreste incluso. In particolare, è rilevante il potenziale sviluppo che potrà avere il porto di Taranto grazie all’insediamento dell’operatore Turco Yilport e alla realizzazione della ZES ionica centrata sul porto. Yilport, tredicesimo operatore mondiale e primo in Italia nel 2018, attualmente titolare di una concessione di 49 anni rilasciata dall'Autorità di sistema portuale del Mar Ionio, ha già dichiarato di avere un piano industriale volto ad attirare nello scalo pugliese non solo traffico in transhipment (trasferimento di carico) ma anche quello generato dal tessuto produttivo regionale. L’utilizzo delle ZES diffusamente nei paesi dei MENA testimonia l’utilità di tale strumento al fine di sfruttare al meglio la loro posizione geografica. La distribuzione è però concentrata: nei primi sei paesi per presenza di ZES, vale a dire Turchia, Emirati Arabi Uniti, Iran, Giordania, Egitto e Arabia Saudita, si concentra l’86 per cento del totale (Tabella H). La Turchia è il paese con il maggior numero di ZES, ma sono attivi anche dei parchi scientifici in cui attraverso la leva degli incentivi fiscali si cerca di attrarre soprattutto le imprese operanti nel settore dell’innovazione tecnologica. Subito dopo la Turchia sono posizionati i due paesi centrali nel Medio Oriente: Iran e Emirati Arabi Uniti, che dopo l’Arabia Saudita sono la seconda meta prescelta per la destinazione dei capitali esteri dal mondo nell’ambito dei MENA.

       Tabella Le ZES presenti in tutti i paesi dei MENA - Nota dal CSC

      3. Questioni aperte

      I risultati dell’analisi confermano che l’area è dotata di fattori di attrattività che appaiono speculari rispetto ai punti di debolezza attuali dell’Italia. In particolare, dal confronto Italia-MENA emergono i seguenti binomi: invecchiamento demografico-alta porzione di popolazione in età lavorativa; domanda interna stagnante-ceto medio in espansione; fabbisogno di professioni manuali-eccesso di offerta di lavoro.

      L’Italia è già presente nei principali paesi dell’area nella veste di esportatore di merci ma anche di investitore diretto: il capitale italiano impiegato nei paesi MENA ammonta a più del 10 per cento del totale investito all’estero, contro appena l’1,4 per cento di quello mobilitato dalle imprese tedesche. I prodotti petroliferi raffinati esportati dall’Italia verso i MENA incidono da soli quasi per il 30 per cento sul totale esportato nel mondo.

      L’Italia potrebbe diventare un ponte tra il sud e il nord Europa ma per rendere concreta questa potenzialità deve consolidare la sua base logistica e rendere operative le Zone Economiche Speciali (ZES), ovvero territori che beneficiano di agevolazioni fiscali e/o amministrative e sono in grado di innescare un circolo virtuoso per tutto il paese. Potenziare le infrastrutture di trasporto di un paese a forte vocazione esportatrice equivale a rafforzare la competitività internazionale del paese stesso. L’appealing dell’area non è appannaggio esclusivo della manifattura italiana in quanto esportatrice di beni, ma si estende anche al settore delle costruzioni e dei servizi, in particolare istruzione e sanità per via dell’urbanizzazione del ceto medio.

      Ultimo fattore, ma non meno importante, è la posizione geografica italiana che è tale da rendere il nostro Paese la piattaforma logistica naturale del Mediterraneo, a patto però che venga attrezzata maggiormente attraverso importanti investimenti tesi a sviluppare la nostra rete intermodale. Solo così saremo in grado di cogliere appieno le opportunità di business future provenienti sia dai MENA sia dal progetto cinese della via della Seta marittima.


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