Roma, 25 settembre 2026 – “Ha ripreso vigore il tentativo di fare una riforma sbagliata e pericolosa, confondendo l’artigiano e la piccola impresa. Non mettiamo in discussione il valore dell’artigianato, che rappresenta una parte fondamentale del tessuto produttivo italiano. Il punto è un altro: non possiamo creare una zona grigia in cui un’impresa è industriale quando compete sui mercati e diventa artigiana quando deve sostenere costi e obblighi”. Lo dichiara Francesco Somma, Vice Presidente di Confindustria per la Cultura di Impresa e la Certezza del Diritto.
“In nome della certezza del diritto e della crescita del paese e delle persone, Confindustria mette in guardia – prosegue il Vice Presidente – no a riforme che sprecano soldi pubblici, mettono a rischio soprattutto i giovani e minano le basi della rappresentanza buona per cui tutti, datoriali e sindacati, si stanno battendo lavorando insieme anche con lo stesso governo. Ammodernare la disciplina dell’artigianato è legittimo. Ma allargare indiscriminatamente il perimetro delle imprese artigiane fino a ricomprendere aziende ormai strutturate, rischia di produrre effetti profondamente distorsivi sul lavoro, sulla finanza pubblica e sul mercato”.
“L’estensione a una platea molto più ampia di imprese manifatturiere dei trattamenti e delle agevolazioni collegati al sistema artigiano avrebbe un costo per lo Stato che deve essere quantificato con assoluta trasparenza: secondo le nostre valutazioni – prosegue l’esponente del Consiglio di Presidenza di Confindustria – nello scenario più esteso, l’impatto annuo sulla finanza pubblica potrebbe superare addirittura un miliardo di euro, derivante da minori entrate INPS di oltre 800 milioni e IRPEF tra i 250 e i 400 milioni”.
C’è quindi un rischio per i lavoratori coinvolti: “secondo le nostre analisi – spiega il VP – tra 1,3 e 1,8 mln di persone potrebbero andare incontro a un possibile cambio di contratto collettivo applicato. Tra alcuni contratti industriali e quelli dell’artigianato possono esistere differenze significative, sia nel trattamento contributivo e inoltre anche nella durata degli ammortizzatori sociali. Non possiamo accettare – incalza Somma – che una riforma nata per sostenere l’impresa diventi, anche indirettamente, uno strumento per comprimere salari, tutele e qualità del lavoro. La competitività non si costruisce pagando le persone sino al 34 per cento in meno, ma aumentando produttività, innovazione, investimenti, dimensione e capacità di stare sui mercati”.
“Concludo sollevando poi un tema evidente di concorrenza: due aziende con la stessa struttura produttiva e un numero analogo di dipendenti potrebbero presentarsi alla stessa gara o competere sullo stesso mercato partendo da costi profondamente differenti. Non sarebbe semplificazione, bensì una distorsione del mercato. Sarebbe un messaggio sbagliato anche per le Pmi che vogliono crescere. Lo Stato deve accompagnarle verso maggiori dimensione, patrimonializzazione e produttività, non creare incentivi a restare artificialmente dentro un regime più favorevole. Per questo – riassume Somma – siamo assolutamente contrari ad interventi arraffazzonati che vanno contro gli obiettivi di crescita sociale ed economica del nostro paese”.