
Il commercio mondiale continua a crescere nonostante le tensioni geopolitiche e le nuove barriere commerciali, ma sta cambiando profondamente geografia. Nel 2025 il valore dei beni scambiati nel mondo ha superato i 26mila miliardi di dollari, pari al 22,4% del PIL globale. Nei primi sei mesi del 2026, però, il 90% della crescita dell’export mondiale è stato generato dall’Asia, mentre il contributo dell’Europa è risultato sostanzialmente nullo.
È il quadro delineato dal nuovo studio del Centro Studi Confindustria “Export italiano tra fratture e nuove rotte”, presentato il 16 settembre nella sede di Confindustria a Roma.
RIVEDI QUI LA PRESENTAZIONE DEL CENTRO STUDILa geografia degli scambi mostra una crescente distanza tra le principali aree economiche. Gli Stati Uniti continuano a rappresentare un importante motore della domanda e delle importazioni, mentre la Cina consolida il proprio ruolo nella produzione e nell’export. Allo stesso tempo, nuove opportunità di crescita si aprono in Asia, India, America Latina e, in prospettiva, Africa subsahariana.
In uno scenario internazionale in rapido cambiamento, l’export italiano conferma la propria capacità di tenuta. Nel 2025 le esportazioni sono cresciute del 3,3%, anche se l’incremento si è concentrato soprattutto in alcuni mercati e comparti.
Gli Stati Uniti hanno fornito il maggiore contributo alla crescita per mercato, mentre la farmaceutica è risultata il primo settore per apporto all’aumento delle esportazioni. L’Unione europea resta comunque la principale destinazione dei prodotti italiani, assorbendo il 51,3% delle vendite all’estero.
Sul fronte delle importazioni cresce invece il peso della Cina, in particolare nei comparti a maggiore contenuto tecnologico. Tra il 2019 e il 2025 la quota cinese sulle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati è più che raddoppiata, passando dal 14,2% al 34,8%.
«Il dato che dobbiamo cogliere è che la globalizzazione non si sta fermando, ma sta cambiando forma e direzione – sottolinea Lucia Aleotti, Vice Presidente di Confindustria per il Centro Studi –. La crescita degli scambi si concentra sempre più in aree del mondo che stanno aumentando produzione, domanda, investimenti e capacità tecnologica, mentre l’Europa rischia di rimanere ai margini di questa trasformazione».
Per Aleotti, la risposta dell’Italia deve passare da «una nuova strategia di competitività», sostenuta da investimenti, innovazione e maggiore autonomia tecnologica, insieme a una politica industriale europea in grado di accompagnare le imprese nella nuova competizione globale.
A incidere sulle nuove traiettorie del commercio internazionale è soprattutto la tecnologia. Il boom degli investimenti nel digitale e nell’intelligenza artificiale, partito dagli Stati Uniti, ha attivato le catene globali del valore soprattutto in Asia, mentre l’Europa è rimasta ai margini di questa dinamica.
Nel 2025 la crescita delle importazioni statunitensi si è concentrata interamente nei beni ICT. In Cina la filiera ICT ha spiegato il 60% della crescita dell’export e la totalità dell’aumento dell’import, mentre negli altri Paesi asiatici ha rappresentato circa tre quarti della crescita degli scambi nell’ultimo biennio.
La distanza emerge anche dagli investimenti in ricerca e sviluppo. Nel 2024 Cina e Stati Uniti hanno raggiunto circa 1.000 miliardi di dollari ciascuno di spesa complessiva in R&S, pari insieme al 60% della spesa mondiale, contro i circa 600 miliardi dei Paesi dell’Unione europea.
Sul commercio italiano pesa anche il nuovo scenario tariffario statunitense. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, considerando l’aumento dei dazi effettivamente sostenuto dall’Italia dal 2,3% del 2024 a circa l’11% dopo l’accordo dell’estate 2025, il valore delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti potrebbe registrare, a parità di altre condizioni, un calo fino al 9% dopo nove mesi.
L’effetto stimato è pressoché nullo nel primo mese e si attesta intorno al 2% dopo due-tre mesi, per poi aumentare progressivamente.
«I dazi rendono ancora più urgente allargare la geografia dell’export italiano – afferma Barbara Cimmino, Vice Presidente di Confindustria per l’Export e l’Attrazione degli Investimenti –. Dobbiamo rafforzare la presenza italiana dove la domanda sta crescendo e accompagnare le imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni, nell’apertura di nuove rotte commerciali».
Diversificare, sottolinea Cimmino, non significa abbandonare i mercati tradizionali, ma ridurre la concentrazione del rischio e costruire una presenza più solida nelle economie destinate ad assumere un peso crescente.
In questo contesto gli accordi commerciali assumono un ruolo strategico. Le intese dell’Unione europea con Mercosur e India contribuiscono alla costruzione di un’area di libero scambio che coinvolge complessivamente oltre 2 miliardi di persone e quasi un quarto del PIL e degli scambi mondiali.
Il Mercosur presenta un potenziale particolarmente rilevante per l’Italia. A regime, la riduzione dei dazi equivale al 10,6% del valore dell’export italiano, contro il 10,1% della Germania e il 9,2% della media europea. Nei primi due mesi di applicazione dell’accordo, maggio e giugno, le esportazioni italiane verso l’area sono aumentate del 12,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.
«La missione che abbiamo appena concluso in Argentina e Brasile ha confermato la straordinaria rilevanza strategica di questi mercati per il nostro sistema industriale», evidenzia Maurizio Tarquini, Direttore Generale di Confindustria. L’entrata in vigore dell’Accordo UE-Mercosur, aggiunge, «ha aperto prospettive concrete per le nostre imprese, in termini di riduzione dei dazi, accesso agli appalti pubblici e integrazione nelle filiere produttive locali».
Anche l’India rappresenta una direttrice strategica per ridurre la concentrazione dell’export italiano sui mercati maturi. Macchinari, chimica, farmaceutica e metalli di base valgono circa due terzi delle esportazioni italiane verso il Paese, per un valore vicino ai 3,5 miliardi di euro.
Un’altra area in forte crescita è quella del Golfo. Nel 2025 l’Italia ha esportato verso gli otto Paesi dell’area beni per 21,8 miliardi di euro, registrando un surplus commerciale di 11,3 miliardi. Tra il 2019 e il 2025 le vendite italiane sono aumentate del 76%, oltre il doppio rispetto alla crescita registrata verso il complesso dei mercati extra-UE.
«La nuova geografia dell’economia mondiale ci impone di passare dalla logica della semplice promozione dell’export a quella della costruzione di vere strategie di presenza internazionale», osserva Cimmino. Gli accordi commerciali diventano così strumenti per aprire nuovi mercati, rendere più sicure le filiere e creare condizioni più prevedibili per gli investimenti.
L’elaborazione del Centro Studi Confindustria richiama infine l’attenzione sulla vulnerabilità delle catene di approvvigionamento italiane. Il rischio strategico risulta concentrato in 401 imprese, aziende mediamente grandi, fortemente internazionalizzate e caratterizzate da una produttività doppia rispetto alla media.
La loro posizione nelle filiere fa sì che eventuali interruzioni nelle forniture di beni strategici, scarsi e difficilmente sostituibili, possano trasmettersi al resto del sistema produttivo.
Il quadro che emerge è quindi quello di un’Italia che mantiene una forte capacità competitiva sui mercati internazionali, ma che deve adattarsi a una trasformazione strutturale del commercio mondiale.
«La resilienza di oggi non può essere data per acquisita domani», conclude Aleotti. Per mantenere il proprio peso industriale, l’Italia deve rafforzare la capacità di innovare, attrarre investimenti, presidiare le tecnologie strategiche e intercettare le nuove aree di crescita.
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