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Economia del Mare, vale 216 miliardi ma mancano 175 mila lavoratori
sabato 18 Aprile 2026

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La Blue Economy cresce quattro volte più del resto dell’economia italiana e vale l’11,3% del PIL. Il fabbisogno di competenze rischia però di frenare lo sviluppo della filiera

L’Economia del Mare si conferma una delle principali piattaforme industriali del Paese, con un valore complessivo di oltre 216 miliardi di euro e una dinamica occupazionale che cresce quattro volte più rapidamente rispetto al resto dell’economia italiana. Una spinta significativa che, tuttavia, si scontra con un fabbisogno stimato di circa 175.000 lavoratori nei prossimi anni.

È quanto emerge dal rapporto Confindustria–BCG, che fotografa una filiera trasversale – dalla cantieristica alla logistica, dal turismo alla pesca – capace di generare l’11,3% del PIL nazionale e di impiegare circa 1,1 milioni di persone in modo diretto, 2,5 milioni considerando anche l’indotto.

“Il mare non è una vocazione astratta del Paese. È una piattaforma industriale concreta, che già genera valore e che può generarne ancora di più”, ha sottolineato Mario Zanetti, delegato del Presidente di Confindustria per l’Economia del Mare in occasione della presentazione del rapporto a Genova.

Una filiera che connette industria, servizi e territori

La forza dell’Economia del Mare risiede nella sua natura sistemica. Non si tratta di un settore verticale, ma di una piattaforma che integra industria, servizi, logistica e turismo, generando valore lungo tutta la catena produttiva. In questo contesto, Confindustria rappresenta l’unica associazione in grado di unire e rappresentare l’intera filiera, mettendo in connessione tutti i principali attori del sistema e svolgendo un ruolo di regia dell’intero comparto.

Le diverse componenti del sistema si alimentano reciprocamente. La cantieristica sostiene shipping e nautica, che a loro volta abilitano turismo, commercio e connessioni internazionali. A questi si aggiungono nuovi segmenti in espansione, come le tecnologie subacquee e le energie rinnovabili marine. Il mare, inoltre, esercita un effetto moltiplicatore rilevante sull’economia: ogni euro generato nei settori core attiva ulteriori effetti lungo le filiere produttive e i territori collegati.

Mario Zanetti, delegato del Presidente di Confindustria per l’Economia del Mare, durante il suo intervento all’evento “Genova e Liguria capitali dell’economia del mare 2026” (Genova, 17 aprile 2026).

Mario Zanetti, delegato del Presidente di Confindustria per l’Economia del Mare, durante il suo intervento all’evento “Genova e Liguria capitali dell’economia del mare 2026” (Genova, 17 aprile 2026).

Crescita accelerata e centralità nei flussi globali

Negli ultimi anni la Blue Economy italiana ha registrato una crescita superiore alla media nazionale, consolidando il proprio ruolo di motore economico. A livello globale, il mare rappresenta un’infrastruttura critica. Il 90% del traffico merci viaggia via mare e il 99% dei dati transita nelle dorsali sottomarine.

Il Mediterraneo, in particolare, concentra una quota rilevante delle rotte strategiche e degli approvvigionamenti energetici europei. In questo contesto, l’Italia – con oltre 7.900 km di costa, 350 porti e un sistema infrastrutturale esteso – rappresenta un hub naturale tra Europa e rotte globali, con un posizionamento competitivo nei principali segmenti della Blue Economy.

L’emergenza occupazionale: domanda forte, offerta insufficiente

La crescita del settore si accompagna a una domanda di lavoro sempre più elevata. Il fabbisogno stimato nel periodo 2026-2030 è pari a circa 175.000 unità, tra nuova occupazione e sostituzione dei lavoratori in uscita. Si tratta di una domanda strutturale, concentrata soprattutto nei comparti industriali e logistici, dove l’occupazione è stabile e qualificata. Tuttavia, il sistema si confronta con un mismatch crescente tra domanda e offerta di lavoro.

Una dinamica che deve scontrarsi anche un contesto demografico sfavorevole. La popolazione italiana in età lavorativa scenderà da 37,5 milioni nel 2025 a 29,7 milioni nel 2050, con una contrazione di circa dieci punti percentuali. Nel prossimo decennio, circa 6,1 milioni di occupati tra i 50 e i 59 anni si avvicineranno alla pensione, a fronte di soli 5,92 milioni di giovani tra i 20 e i 29 anni.

Al divario quantitativo si aggiunge quello qualitativo. Il sistema formativo non produce un numero sufficiente di profili con competenze coerenti con i fabbisogni della filiera, con criticità più accentuate proprio nei comparti più strategici.

“Il problema occupazionale del mare non è congiunturale. È strutturale. E richiede una risposta di sistema”, ha evidenziato Zanetti.

Le imprese, infatti, faticano a reperire profili tecnici e specializzati, dalle figure operative della cantieristica agli esperti digitali e della transizione energetica, con livelli di difficoltà particolarmente elevati proprio nei comparti più strategici.

Innovazione e transizione ridisegnano i fabbisogni

La trasformazione in atto nella Blue Economy è guidata da transizione energetica, digitalizzazione e nuovi equilibri geopolitici. Questi cambiamenti non riducono la domanda di lavoro, ma ne modificano profondamente la composizione, aumentando il fabbisogno di competenze tecniche, digitali e green e spostando il valore verso attività ad alto contenuto tecnologico.

Tre leve per sostenere la crescita

Per rispondere a queste sfide e valorizzare il potenziale dell’Economia del Mare, il rapporto individua tre direttrici di intervento. Semplificare, per ridurre gli ostacoli burocratici e facilitare l’accesso alle professioni. Innovare, per accompagnare la transizione digitale e green. Formare, per costruire le competenze lungo tutta la filiera.

“Più semplificazione, più innovazione e più formazione significano più occupazione”, ha sintetizzato Zanetti, indicando le tre leve su cui agire in modo coordinato.

Una leva strategica per il futuro industriale

Dal canto suo, come evidenzia il report, l’Italia parte da una posizione di forza, con una filiera già consolidata e riconosciuta a livello internazionale. La sfida, quindi, non è costruire una Blue Economy, ma rafforzarla, aumentando il valore generato e colmando il deficit di capitale umano. In questa prospettiva, l’Economia del Mare rappresenta una leva strategica per la crescita occupazionale e industriale del Paese, capace di coniugare sviluppo, innovazione e sostenibilità.

SCARICA IL RAPPORTO 2026 SULL’ECONOMIA DEL MARE