Regole europee più moderne per creare campioni industriali - Marcella Panucci al Sole 24 Ore

09 novembre 2019 | Europa,Direttore Generale,Politiche Industriali

Servono regole europee più moderne nel campo della concorrenza, regole che pur preservando il valore consolidato del mercato unico, fondamentale per un’economia come quella italiana votata all’export e bisognosa anche di investimenti esteri, possano rendere l’Europa più competitiva, in una prospettiva di politica industriale.

Oggi sul Sole 24 Ore il Direttore generale di Confindustria Marcella Panucci interviene nel dibattito sulla competitività in Europa e la creazione di grandi player continentali che possano fronteggiare i giganti americani e asiatici, dibattito che ha visto anche l’intervento della commissaria UE alla Concorrenza Margrethe Vestager, che pochi giorni fa ha criticato i presunti “campioni europei imboccati e coccolati”.

L’Europa deve affrontare seriamente e senza ideologie questo tema. Penso prima di tutto al capitolo degli investimenti per l’innovazione e per la sostenibilità ambientale - ha spiegato Panucci - temi che dovranno essere considerati anche nel prossimo quadro finanziario pluriennale, che richiedono investimenti massivi e, dunque, una base industriale in grado di contribuirvi e competere, in questo modo, con i player globali ad armi pari.

Poi c’è il nodo fondamentale della protezione nei confronti degli investitori extra UE che godono di sovvenzioni pubbliche o sono emanazione di Stati sovrani. Non si mette certo in discussione la libertà di investimento, ma va garantito il level playing field e il mercato va protetto dalla concorrenza sleale, quindi servono serie politiche antidumping e meccanismi di screening degli investimenti esteri che vadano oltre il mero scambio di informazioni.

Siamo di fronte a norme europee datate, come quelle sulle concentrazioni, che furono pensate e scritte a fine anni ’80, quando la situazione economica era completamente diversa e l’unico competitor erano gli Stati Uniti. Ora è tutto cambiato.

La Cina investe su industrie ad alto valore aggiunto e gli Usa hanno un approccio diverso rispetto al passato. Insomma serve un ragionamento serio sulle norme e sulle prassi applicative in materia di concentrazioni, aprendo un’ampia consultazione. Il nostro Paese è stato tra gli ultimi a varare una normativa interna, anche se alla fine è stato un bene perché ci ha permesso di beneficiare dell’esperienza degli altri e di introdurre così una legislazione molto avanzata.

Dunque, alla luce dei cambiamenti profondi avvenuti negli ultimi anni, vanno sicuramente ripensati alcuni temi. Penso a questioni come la definizione di mercato rilevante - ha continuato il Direttore generale -  in particolare quello geografico, che ormai, soprattutto in alcuni settori, è sempre meno coincidente con quello europeo ma è mondiale.

È questo lo scenario in cui oggi vanno valutate le operazioni di concentrazione. Ma penso anche all'orizzonte temporale delle valutazioni che la Commissione effettua, in termini di concorrenza potenziale, che probabilmente va ampliato per tener conto del peso che determinati competitor extra-UE sono destinati ad assumere su scala globale.

Poi penso all’applicazione della normativa sugli aiuti di Stato, che continua a rappresentare un presidio essenziale per la leale concorrenza in ambito europeo, anche a vantaggio dei Paesi meno solidi sul piano finanziario. Tuttavia, è un fatto che mentre nel mercato interno vige un regime stringente, questo stesso mercato è oggetto di attenzioni da parte di player sussidiati dai propri Governi. Pur con tutta la prudenza del caso, quindi, una lettura evolutiva è necessaria.

Il caso Fincantieri-Stx è emblematico di queste riflessioni e della prospettiva di una necessaria, migliore integrazione delle politiche della concorrenza con le politiche industriali: l'acquisizione dei cantieri francesi, nel contesto di un'operazione che lascerebbe alla controparte (francese) ampi margini sul fronte azionario e della governance, rappresenta un'occasione per questi ultimi per avere commesse stabili, durature e pressoché certe e, per Fincantieri, un'infrastruttura essenziale per poter giocare la partita di attore globale, quale di fatto è.

L'esame con le lenti della concorrenza europea, cioè con una prospettiva ancorata all'impatto nel breve-medio termine sulla concorrenza intra UE, nonché ai fatturati aggregati delle due realtà, in ambito sempre UE, rischia di essere poco appropriato e coerente. Nella cantieristica la concorrenza è globale. Ci vuole più lungimiranza per non perdere una grande occasione come questa.

Credo che le società europee siano le meno protette al mondo, basti pensare che siamo stati i primi ad aprire alla Cina. La considerazione della Commissaria UE alla Concorrenza Margrethe Vestager quindi non si basa affatto sulla realtà dei fatti. Ribadisco che non si vuole recedere dai capisaldi del mercato unico e della concorrenza, ma dobbiamo creare le condizioni perché le nostre imprese, anche attraverso processi di consolidamento, possano competere ad armi pari con le più forti realtà dei paesi terzi.


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