Bonomi a La Stampa: no incentivi una tantum. Tagliamo in modo strutturale le tasse sul lavoro

04 maggio 2022 | Presidente


 

“Duecento euro una tantum, di fronte ai 1.223 proposti da noi, cioè un mese di salario in più per tutta la vita lavorativa”. Così il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, in un’intervista a La Stampa sulla necessità di tagliare le tasse sul lavoro. “Dallo scorso settembre abbiamo avanzato una nostra proposta per dare più soldi agli italiani e nello stesso tempo aumentare la competitività delle imprese, e fino ad oggi siamo stati inascoltati. Servono interventi strutturali, e le risorse ci sono, ma serve anche la volontà politica di tagliare il cuneo fiscale. Tutti parlano di equità sociale e se qualcuno ha una proposta migliorativa rispetto a quanto abbiamo suggerito, siamo pronti a sostenerla. Ma finora non l'abbiamo vista”.

Il leader degli industriali ha poi sottolineato che “noi siamo consapevoli che se si vuole veramente colpire la Russia si deve interrompere il flusso di capitali legato alle importazioni di gas ma sappiamo benissimo che adottare questa sanzione e quindi sostenere il nostro governo lealmente in questa decisione è critico per noi, comporta dei rischi e dei sacrifici. Ma – ha proseguito Bonomi -, siamo disposti a sostenere questi sacrifici ad una semplice condizione: che questo Paese faccia le riforme, apra finalmente una stagione di quello che noi definiamo riformismo competitivo, facendo le riforme che servono a costruire il Paese del futuro, a renderlo competitivo per il futuro. L'Italia è da venti, trent'anni che aspetta di fare le riforme. Oggi le risorse ci sono. Non ci sono più scuse per non fare del nostro Paese un Paese moderno, efficiente, inclusivo, sostenibile, per dare risposte alle disuguaglianze”.

Secondo il Presidente, però, “i partiti sono già in campagna elettorale come abbiamo visto nella discussione dell'ultima legge di bilancio”, mentre bisognerebbe concentrarsi su alcune priorità, tra le quali il taglio del cuneo fiscale perché “famiglie e lavoratori stanno soffrendo, specialmente quelli dai redditi bassi. Siamo tutti convinti che sia necessario mettere soldi in tasca agli italiani e non prelevarli. Io di fronte a una proposta che porta nelle tasche dei lavoratori 1.223 euro in più all'anno fino alla fine della carriera lavorativa mi sarei aspettato di trovare l'accordo di tutti. Così però non è stato. Oggi le imprese pagano i due terzi del carico contributivo mentre un terzo è a carico dei lavoratori. Noi proponiamo, in caso di via libera alla riduzione del cuneo contributivo, di invertire questa quota: due terzi ai dipendenti e un terzo alle imprese. Per noi – ha aggiunto con forza Bonomi - questa è la strada da seguire e non certo quella della detassazione degli aumenti salariali. Da quando io sono presidente dell'associazione sono stati rinnovati i contratti per 4,7 milioni di addetti sui 5,4 delle imprese di Confindustria. Il caro dell'energia e delle materie prime ha diminuito i margini per le imprese e il 16% ha già ridotto le sue attività e se andrà avanti così per ancora qualche tempo un altro 30% taglierà le loro produzioni. Chi propone di detassare eventuali aumenti retributivi a carico delle imprese mentre è in corso un maxi aumento di entrate pubbliche, non ha lavorato un solo giorno in fabbrica”.

Le risorse, per fare un taglio di 16 miliardi del cuneo fiscale, ci sono. Secondo Bonomi, infatti, “il Def riporta che quest'anno le entrate tributarie e contributive saranno superiori di 38 miliardi al 2021. In più, i dati già diffusi da inizio anno rilevano altri miliardi di entrate indirette aggiuntive sui prezzi dell'energia. La spesa pubblica italiana nel 2022 supererà i 1.000 miliardi l'anno. In questo quadro, coperture per 16 miliardi si possono trovare senza deficit aggiuntivo. Da inizio anno sono stati spesi 30 miliardi in bonus. Sommando bonus e superbonus edilizi, che pur hanno permesso il rilancio di un settore in difficoltà, essi sono diventati l'unica leva di rilancio delle imprese, a scapito di industria 4.0, ricerca e l'innovazione. Non è possibile”. 

In conclusione, il Presidente, ha aggiungo una ulteriore considerazione: “le imprese ogni anno pre-Covid hanno pagato circa 3 miliardi per finanziare la Cassa Integrazione Ordinaria, ricevendo prestazioni per i propri dipendenti tra i 500 e i 600 milioni. In nove anni, tra il 2010 e il 2019, le imprese hanno pagato 28,4 miliardi, l'Inps ha pagato per prestazioni e contributi volontari 11,7 miliardi. Per cui le imprese hanno dato allo Stato 16,7 miliardi in più dei soldi che sono serviti per la cassa integrazione all'industria. E un'altra seria ragione per cui lo Stato potrebbe oggi impiegare quei 16 miliardi di minori contributi per interventi strutturali sul costo del lavoro avvantaggiando i lavoratori. Sarebbe un gesto serio – ha affermato Bonomi -, un gesto di grande responsabilità del Paese”.


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