{"id":23789,"date":"2026-03-25T09:46:38","date_gmt":"2026-03-25T08:46:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.confindustria.it\/?post_type=pubblicazioni&#038;p=23789"},"modified":"2026-03-25T09:51:12","modified_gmt":"2026-03-25T08:51:12","slug":"guerre-dazi-incertezza-a-rischio-la-crescita","status":"publish","type":"pubblicazioni","link":"https:\/\/www.confindustria.it\/en\/publications\/guerre-dazi-incertezza-a-rischio-la-crescita\/","title":{"rendered":"Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita"},"content":{"rendered":"<h4>SINTESI<\/h4>\n<p><strong>1. <\/strong>Lo scenario economico internazionale era caratterizzato da grande incertezza gi\u00e0 prima dello scoppio della guerra in Iran il 28 febbraio 2026, allargatasi poi ai paesi vicini. Incertezza dovuta soprattutto ai dazi americani introdotti nel 2025. Questo stava determinando importanti correzioni nei flussi commerciali tra le varie economie.<\/p>\n<p>Su questo scenario in aggiustamento, si \u00e8 innestato il conflitto in Medio Oriente, che aggiunge incertezza e avr\u00e0 altri impatti negativi per le economie. L\u2019ipotesi di base della previsione CSC per il 2026 e 2027, che modella tutte le variabili esogene internazionali (Tabella A), \u00e8 che il conflitto in Iran non si protragga oltre il mese di marzo. Tuttavia, dato che il quadro internazionale presenta un elevato grado di volatilit\u00e0, sono stati disegnati anche due scenari alternativi, descritti nella Premessa, che ipotizzano un conflitto in Iran pi\u00f9 lungo (4 mesi e 10 mesi) e con conseguenze peggiori per l\u2019economia italiana e internazionale.<\/p>\n<p>Per il petrolio, lo scenario baseline assume che l\u2019abbondanza di produzione mondiale prevista prima della guerra rimanga come trend sottostante e che la guerra, pur pesando nel breve termine sulla disponibilit\u00e0 di petrolio a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, terminando a fine mese di marzo consenta di riprendere la produzione di petrolio a ritmi vicini a quelli pre-attacco. L\u2019impatto principale del conflitto riguarderebbe l\u2019aumento del prezzo del petrolio. Il Brent salirebbe in media a 78 dollari nel 2026 (da 69 nel 2025) e poi scenderebbe a 65 nel 2027. Rispetto allo scenario di ottobre, ci\u00f2 comporta una revisione al rialzo nel 2026 di +16 dollari. Allo stesso modo per il gas, dopo la fine della guerra tornerebbero a prevalere i fondamentali ribassisti del mercato fisico mondiale. La quotazione in Europa salirebbe a 41 euro\/mwh in media nel 2026 (da 36 nel 2025) e poi tornerebbe verso i 30 euro in media nel 2027. Per il 2026, si tratta di una revisione al rialzo di +9 euro\/mwh.<\/p>\n<p>Nello scenario baseline del CSC, il commercio mondiale di beni crescer\u00e0 a ritmi modesti nel 2026 (+1,8%), sebbene pi\u00f9 elevati rispetto a quanto incorporato nel Rapporto di Autunno 2025. L\u2019impatto negativo crescente dei dazi USA sar\u00e0 compensato, almeno in parte, dal proseguimento della riconfigurazione dei flussi commerciali, in particolare in Asia, mentre la guerra nel Golfo avrebbe un effetto negativo contenuto, grazie alla breve durata ipotizzata. Il commercio accelerer\u00e0 nel 2027 (+2,5%), sui ritmi del PIL mondiale, che crescer\u00e0 a ritmi lievemente ridotti, a fronte delle profonde tensioni geopolitiche e dell\u2019incertezza che rimane molto elevata.<\/p>\n<p>La crescita degli USA \u00e8 attesa al +2,2% nel 2026, di poco sopra quella del 2025, e in lieve rallentamento al +2,0% nel 2027. La dinamica del PIL \u00e8 supportata soprattutto dalla buona tenuta delle abitudini di consumo delle famiglie e, in misura minore, dal contributo degli investimenti. Invece, \u00e8 molto incerto quello delle esportazioni nette, per via dei continui cambiamenti sulle politiche tariffarie, e quello della spesa pubblica, per la possibilit\u00e0 di nuovi periodi di shutdown. Gli USA sono diventati nel tempo un esportatore netto sia di petrolio che di gas (sebbene continuino a importare alcune qualit\u00e0 di petrolio), quindi non sono soggetti a rischi di scarsit\u00e0 in termini di volumi e a contraccolpi sulla bilancia commerciale, anche se risentono comunque dell\u2019aumento dei prezzi energetici. Ma questi aumenti sono pi\u00f9 moderati di quanto si registra in Europa: il gas perch\u00e9 ha prezzi regionali pi\u00f9 che globali; il petrolio perch\u00e9 negli Stati Uniti viene usato come riferimento il WTI la cui quotazione si sta significativamente discostando da quella del Brent e ora costa 15-20 dollari al barile in meno.<\/p>\n<p>La guerra in Iran impatta in modo importante sulle prospettive di crescita delle economie emergenti. L\u2019entit\u00e0 del rallentamento passa attraverso vari canali: distruzione di base produttiva in alcune economie, tra cui l\u2019Iran che \u00e8 la 12esima economia emergente per peso sul PIL mondiale; aumento dei prezzi di gas e petrolio, a cui sono pi\u00f9 esposte Cina e India; difficolt\u00e0 di approvvigionamento, per la riduzione della capacit\u00e0 estrattiva dei paesi del Golfo e l\u2019impossibilit\u00e0 di far transitare le merci, anche non energetiche, per lo Stretto di Hormuz. Gli impatti sono eterogenei tra paesi, anche perch\u00e9 l\u2019aumento nei prezzi degli idrocarburi produce effetti vantaggiosi per paesi esportatori lontani dal Golfo, come Russia e Nigeria. In aggregato, lo scenario base del CSC ipotizza che la crescita degli emergenti frener\u00e0 al +4,1% nel 2026 (da +4,4% nello scorso anno) e poi risalir\u00e0 al +4,3% nel 2027.<\/p>\n<p>Per l\u2019Eurozona, lo scenario baseline del CSC ipotizza una crescita del PIL in frenata al +1,1% nel 2026, dopo il +1,5% nel 2025, a causa dell\u2019evoluzione negativa dello scenario geopolitico mondiale. Seguir\u00e0 poi una ripresa al +1,3% nel corso del 2027. La crescita dell\u2019Eurozona \u00e8 pi\u00f9 elevata di quella delle tre principali economie (Germania, Francia, Italia), grazie al contributo vigoroso dell\u2019economia spagnola e di alcuni paesi pi\u00f9 piccoli. In prospettiva, l\u2019andamento dell\u2019Area dipender\u00e0 molto dal contributo della Germania, che sta provando a ripartire grazie a enormi piani di stimolo fiscale. Tra le componenti della domanda interna, i consumi sono l\u2019elemento pi\u00f9 stabile, mentre gli investimenti restano quella con la tendenza meno chiara. L\u2019export netto ha incorporato chiaramente l\u2019effetto peggiorativo delle tariffe nella seconda parte del 2025.<\/p>\n<p>I mercati finanziari segnalavano fino a febbraio una stabilit\u00e0 dei tassi nell\u2019Eurozona quest\u2019anno e il prossimo, non pi\u00f9 un orientamento al ribasso come sei mesi fa. Dopo lo scoppio della guerra in Iran, per\u00f2, i future sui tassi si sono rialzati, indicando un\u2019inversione di rotta da parte della BCE. Lo scenario base del CSC incorpora tali indicazioni e ipotizza che nell\u2019Eurozona ci sar\u00e0 un rialzo di 0,25 entro dicembre 2026, seguito da una fase di stabilit\u00e0 nel 2027. Questo significa che mancher\u00e0 uno stimolo monetario alla domanda interna dell\u2019economia europea. I rischi sono elevati: a seconda della durata del conflitto e l\u2019impatto sui prezzi, la BCE potrebbe alzare ulteriormente i tassi.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-23829 size-full\" src=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182505\/Tabella-A.png\" alt=\"\" width=\"1392\" height=\"787\" srcset=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182505\/Tabella-A.png 1392w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182505\/Tabella-A-1280x724.png 1280w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182505\/Tabella-A-980x554.png 980w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182505\/Tabella-A-480x271.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) and (max-width: 1280px) 1280px, (min-width: 1281px) 1392px, 100vw\" \/><\/p>\n<p><strong>2. <\/strong>Secondo lo scenario baseline del CSC, la crescita in Italia nel 2026 sar\u00e0 pari a +0,5%, pi\u00f9 bassa di quanto previsto a ottobre scorso di -0,2 punti percentuali (Tabella B). Tale revisione al ribasso riflette gli effetti della guerra in Medio Oriente scoppiata a fine febbraio 2026 e incorporata nello scenario base con durata fino al termine del 1\u00b0 trimestre. Il PIL italiano \u00e8 invece stimato in stagnazione se la guerra si prolunga fino al 2\u00b0 trimestre (scenario alternativo B), o addirittura in recessione se il conflitto dura fino al 4\u00b0 trimestre (scenario alternativo C). Lo scenario base, quindi, \u00e8 esposto a importanti rischi al ribasso che hanno una probabilit\u00e0 non trascurabile, anche perch\u00e9 le ipotesi sottostanti sono comunque da considerare ottimistiche. Nel 2027 l\u2019economia italiana dovrebbe recuperare solo moderatamente (+0,6%), nello scenario base, rimanendo su ritmi molto contenuti. La crescita sar\u00e0 trainata ancora dai consumi delle famiglie e dagli investimenti, cui si aggiunger\u00e0 un lieve contributo positivo delle esportazioni nette, favorito dal miglioramento delle ragioni di scambio previsto nel prossimo anno.<\/p>\n<p>Ai rischi al ribasso collegati alla guerra in Iran se ne aggiungono altri, legati all\u2019implementazione del PNRR, a un\u2019eventuale ulteriore svalutazione del dollaro, al proseguire dell\u2019alta incertezza, alla possibilit\u00e0 che anche il taglio dei tassi FED risulti inferiore alle attese.<\/p>\n<p>I dati per l\u2019Italia sulla fine del 2025 si erano rivelati migliori del previsto: l\u2019inerzia statistica con cui il PIL \u00e8 entrato nel 2026 (+0,3%) era sostenuta dai consumi e soprattutto dagli investimenti, mentre le esportazioni nette hanno fornito un contributo negativo. Nei primi due mesi dell\u2019anno, prima della guerra, gli indicatori sull\u2019attivit\u00e0 economica delineavano un moderato rafforzamento.<\/p>\n<p>L\u2019impennata dei prezzi delle commodity energetiche colpisce l\u2019economia italiana anzitutto attraverso l\u2019aumento dell\u2019inflazione, come si vedr\u00e0 a partire dai dati di aprile. Nello scenario baseline del CSC, nel corso del 2026 l\u2019inflazione \u00e8 prevista aumentare molto dai minimi di inizio anno, con un picco vicino al +3,0%. In media, si attester\u00e0 al +2,5% (da +1,5% nel 2025), con una revisione al rialzo di +0,7 punti rispetto alla stima inclusa nello scenario di ottobre. Nel 2027, viceversa, l\u2019inflazione \u00e8 attesa rientrare lentamente su valori pi\u00f9 moderati, man mano che la variazione dei prezzi energetici sar\u00e0 riassorbita: in media \u00e8 attesa al +2,2%.<\/p>\n<p>I consumi delle famiglie italiane rallenteranno al +0,7% nel 2026, in termini reali, confermando poi lo stesso ritmo moderato anche nel 2027, nonostante il peggior ingresso nell\u2019anno. Questa frenata viene dopo una crescita migliore delle attese nel 2025 (+1,1%). Oltre alla perdita di potere d\u2019acquisto dovuta alla fiammata inflazionistica, la spesa delle famiglie sar\u00e0 frenata per buona parte del 2026 da un ulteriore aumento della propensione al risparmio, dovuta all\u2019impennata dell\u2019incertezza che si \u00e8 accentuata con lo scoppio della guerra in Iran. Viceversa, meno inflazione, meno incertezza e meno risparmio sono attese dare respiro alla domanda delle famiglie il prossimo anno.<\/p>\n<p>Il reddito reale disponibile del totale delle famiglie in Italia, corretto per la dinamica dei prezzi e per la tassazione, ha registrato un forte aumento nel 2025: +3,1% tendenziale nel 3\u00b0 trimestre, del 6,1% oltre il livello del 2019. Ci\u00f2 non si \u00e8 tradotto in un pari aumento dei consumi, cresciuti solo del +0,8% tendenziale nel 4\u00b0 trimestre 2025. Due i motivi. \u00c8 cresciuta molto l\u2019incertezza, a livelli superiori a quelli della pandemia e, di solito, ci\u00f2 determina un aumento della propensione al risparmio delle famiglie. Il reddito totale \u00e8 cresciuto in buona parte perch\u00e9 sono saliti molto i redditi finanziari, percepiti prevalentemente dalle famiglie pi\u00f9 abbienti, che hanno maggiore ricchezza finanziaria e una minore propensione al consumo: quindi, la quota di reddito risparmiata \u00e8 cresciuta anche per un \u201ceffetto di composizione\u201d tra famiglie. Va ricordato che le famiglie a reddito basso sono state i principali beneficiari degli interventi pubblici a sostegno del potere d\u2019acquisto.<\/p>\n<p>Dopo due anni di calo, l\u2019export italiano di beni e servizi \u00e8 tornato in crescita nel 2025 (+1,2%), superando le attese condizionate dai dazi USA e dall\u2019incertezza geopolitica. L\u2019export netto, comunque, \u00e8 risultato ampiamente negativo. Nella prima parte del 2026, gli scambi subiranno gli effetti a catena del conflitto in Iran: rallentamento della domanda mondiale, calo della fiducia, balzo delle quotazioni energetiche e dei costi di trasporto, aumenti dei prezzi di materie prime e altre forniture dall\u2019estero. Nello scenario baseline del CSC, la crescita delle esportazioni italiane frener\u00e0 al +0,6% nel 2026. Nel 2027 \u00e8 attesa risalire al +1,8%, su ritmi bassi rispetto a quelli pre-pandemia. Il contributo dell\u2019export netto alla crescita del PIL rester\u00e0 negativo nel 2026 e torner\u00e0 appena positivo solo nel 2027.<\/p>\n<p>Riguardo gli investimenti fissi, le prospettive per il biennio 2026-2027 rimangono positive, ma con ritmi di crescita annui previsti in calo a +2,3% e a +1,3%, dopo l\u2019ottima dinamica registrata nel 2025 (+3,5%). La moderazione attesa nell\u2019espansione degli investimenti riflette due fattori. Primo, l\u2019elevata incertezza geopolitica, che determina cautela tra le imprese riguardo all\u2019avvio di nuovi progetti di investimento e sta portando con s\u00e9 anche rincari delle materie prime energetiche e un marginale rialzo dei tassi in Europa. Secondo, i contributi delle politiche pubbliche di incentivazione agli investimenti (soprattutto in macchinari) e di quelle di supporto al potenziamento infrastrutturale sono entrambe destinati a ridursi gradualmente nel biennio di previsione.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni l\u2019Italia, contrariamente al passato, \u00e8 stata caratterizzata da una relativa stabilit\u00e0 politica, che \u00e8 legata alla durata del Governo in carica, ma anche al commitment dei governi che si sono succeduti dal pre-pandemia nel mantenere una politica di bilancio pubblico virtuosa, nel rispettare i parametri del Patto di Stabilit\u00e0 e Crescita, nel procedere con determinazione all\u2019implementazione del PNRR. Questi elementi hanno consentito al Paese di essere percepito positivamente da mercati finanziari e agenzie di rating, che stanno migliorando le loro valutazioni sull\u2019Italia, accrescendo il clima di fiducia intorno al Paese. Questo sta determinando un calo del rendimento dei titoli pubblici italiani e quindi: una riduzione della spesa per interessi della PA; un pi\u00f9 basso costo del credito per le imprese, che vale tra 0,5 e 1,4 miliardi di euro; un migliore andamento della Borsa: +28,4% nel dicembre 2025 da dicembre 2024, pi\u00f9 che in Germania e USA. \u00c8 importante, anche nei prossimi anni, riuscire ad avere Governi stabili e a mantenere una determinazione condivisa trasversalmente tra le forze politiche su alcuni punti cruciali dell\u2019azione di governo.<\/p>\n<p>Dal lato dell\u2019offerta, l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019industria italiana ha mostrato segnali di recupero negli ultimi mesi del 2025, delineando una crescita annua a +0,3% in termini di valore aggiunto. L\u2019attivit\u00e0 manifatturiera ha tratto beneficio dall\u2019incremento degli investimenti in impianti e macchinari, ma \u00e8 stata frenata dall\u2019incertezza del quadro internazionale e dalle barriere commerciali. Inoltre, anche se i consumi di beni sono cresciuti, sul fronte estero sono aumentate pi\u00f9 le importazioni che le esportazioni di beni. C\u2019\u00e8 pi\u00f9 eterogeneit\u00e0 tra settori industriali, rispetto al calo diffuso del 2024: i comparti in crescita sono saliti da 4 a 10, ma \u00e8 stata ancora marcata la flessione di alcuni settori, come automotive e tessile-abbigliamento. La guerra in Iran, oltre a indebolire la domanda, innalzer\u00e0 ulteriormente i costi di produzione e rischia di affievolire i segnali di recupero mostrati dagli indicatori a inizio 2026.<\/p>\n<p>Dopo la forte espansione degli ultimi anni, la crescita occupazionale in Italia mostra segnali di rallentamento. Nel 2026, nello scenario baseline del CSC, le ULA restano quasi stabili (+0,3% medio annuo, per trascinamento). A fronte di una crescita del PIL poco pi\u00f9 sostenuta ma in un contesto di forte incertezza, l\u2019aumento dell\u2019input di lavoro avverr\u00e0 solo sul margine intensivo: +0,3% le ore lavorate pro-capite, +0,1% il numero di occupati. Nel 2027, la moderata accelerazione della crescita economica, insieme al graduale rientro dell\u2019incertezza, favorir\u00e0 una ripresa dell\u2019espansione occupazionale sul margine estensivo: +0,3% gli occupati e +0,3% le ULA, con ore lavorate per occupato stabili.<\/p>\n<p>La dinamica dell\u2019input di lavoro favorir\u00e0 un moderato recupero della produttivit\u00e0, attesa crescere dello 0,3% medio annuo nel biennio. Nelle previsioni baseline del CSC, l\u2019avanzamento della produttivit\u00e0 del lavoro proseguir\u00e0 nell\u2019industria anche nel 2026- 2027, seppur a ritmo molto contenuto, grazie a una dinamica dell\u2019input di lavoro che rimarr\u00e0 sotto a quella del valore aggiunto. Nelle costruzioni \u00e8 previsto un ulteriore assottigliamento del divario accumulato tra input di lavoro e valore aggiunto, avviatosi nel 2024, che rester\u00e0 comunque positivo. Nei servizi, invece, l\u2019input di lavoro crescer\u00e0 in linea con il valore aggiunto, con una produttivit\u00e0 sostanzialmente piatta.<\/p>\n<p>L\u2019ampia e prolungata espansione dell\u2019occupazione negli scorsi anni ha progressivamente ridotto il tasso di disoccupazione, che a gennaio 2026 \u00e8 sceso al 5,1%, minimo storico. Il tasso di disoccupazione \u00e8 previsto risalire al 5,8% nel 2026, livello su cui si manterr\u00e0 anche nel 2027.<\/p>\n<p>La dinamica delle retribuzioni \u201cdi fatto\u201d pro-capite nell\u2019intera economia italiana ha accelerato al +2,8% nel 2024 (dal +1,8% nel 2023) e al +2,6% nel 2025, a prezzi correnti. Un ritmo su cui \u00e8 attesa attestarsi in media anche nel biennio di previsione, con +2,3% nel 2026 e +2,7% nel 2027. In termini reali, la crescita delle retribuzioni resta, tuttavia, molto debole: il rialzo dell\u2019inflazione atteso per il 2026, legato al nuovo conflitto in Medio Oriente e ai conseguenti effetti sui prezzi dell\u2019energia e dei beni importati, riduce significativamente la risalit del potere d\u2019acquisto delle retribuzioni. Nel 2026 le retribuzioni reali sono perci\u00f2 previste rimanere pressoch\u00e9 stagnanti (+0,1%), per tornare ad aumentare moderatamente nel 2027 (+0,6%).<\/p>\n<p>Il deficit pubblico scende sotto il 3,0% del PIL, al 2,8% nel 2026 e al 2,7% nel 2027, consentendo l\u2019uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo. La politica fiscale rester\u00e0 moderatamente restrittiva e proseguir\u00e0 l\u2019attuazione del PNRR. Il debito pubblico aumenta al 138,7% del PIL nel 2026, principalmente per effetto degli aggiustamenti stock-flussi legati ancora ai crediti edilizi, per poi ridursi nel 2027 al 138,0% grazie proprio al marcato ridimensionamento del loro impatto sul debito.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-23830 size-full\" src=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182511\/tabella-b.png\" alt=\"\" width=\"1390\" height=\"880\" srcset=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182511\/tabella-b.png 1390w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182511\/tabella-b-1280x810.png 1280w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182511\/tabella-b-980x620.png 980w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24182511\/tabella-b-480x304.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) and (max-width: 1280px) 1280px, (min-width: 1281px) 1390px, 100vw\" \/><\/p>\n<p><strong>3. <\/strong>Un importante stimolo per la crescita italiana nei prossimi anni potr\u00e0 venire dall\u2019aumento della spesa nazionale per la difesa. L\u2019aumento \u00e8 previsto dall\u2019accordo del giugno 2025 in ambito NATO: dal livello effettivo attuale pari all\u20191,5% del PIL, si arriver\u00e0 al 3,5% nel decennio dal 2025 al 2035.<\/p>\n<p>Il CSC ha elaborato sei scenari alternativi per stimarne l\u2019impatto sulla crescita del PIL. Scenario 1: l\u2019aumento di spesa \u00e8 ripartito tra spese correnti e investimenti, seguendo l\u2019attuale ripartizione (circa 60% e 40%). Nello scenario 2, si aggiunge un miglioramento della produttivit\u00e0 nell\u2019economia, cumulato dello 0,45%. Nello scenario 3 l\u2019aumento di spesa \u00e8 concentrato sugli investimenti. Lo scenario 4 aggiunge al 3 l\u2019ipotesi dell\u2019aumento di produttivit\u00e0. Lo scenario 5 incorpora, oltre a quanto incluso nel 4, un aumento della produzione nazionale e, quindi, una riduzione delle importazioni. Lo scenario 6, viceversa, riprende lo scenario 1 e aggiunge un aumento dell\u2019import. Quest\u2019ultimo \u00e8 il \u201cpeggiore\u201d dal punto di vista dello stimolo al PIL, il 5 \u00e8 il \u201cmigliore\u201d, mentre lo scenario 1 \u00e8 quello \u201ccentrale\u201d, senza ipotesi aggiuntive.<\/p>\n<p>Se l\u2019aumento di spesa viene realizzato (scenario 5) concentrandosi sugli investimenti, si generano spillover positivi sulla produttivit\u00e0 dell\u2019intera economia, si limita l\u2019aumento delle importazioni; in tal caso, si determina un significativo impatto positivo sull\u2019economia italiana: +3,0% cumulato rispetto a uno scenario in assenza del Piano per la difesa, superiore al +1,5% dello scenario centrale (1) e al +0,9% nello scenario sfavorevole (6). Nonostante l\u2019aumento di spesa pubblica, l\u2019impatto sul rapporto deficit\/PIL \u00e8 modesto gi\u00e0 nello scenario peggiore, quasi nullo nello scenario centrale, e diventa favorevole negli scenari migliori: ci\u00f2 grazie alla forte crescita del PIL nominale, dell\u2019occupazione e delle entrate fiscali. Il moltiplicatore varia in modo significativo da uno scenario all\u2019altro, salendo da un minimo di 0,8 nell\u2019ipotesi pi\u00f9 sfavorevole (scenario 6), a 1,5 nello scenario \u201ccentrale\u201d (1), fino a un massimo di 2,0 nello scenario migliore (5). L\u2019adempimento dell\u2019obbligo previsto dall\u2019accordo NATO pu\u00f2 essere un importante volano per l\u2019innovazione e la crescita del Paese.<\/p>\n<p><strong>4. <\/strong>I giovani sono una risorsa sempre pi\u00f9 scarsa per l\u2019economia italiana. Nel 2025 l\u2019incidenza dei giovani (15-34enni) sulla popolazione totale \u00e8 al 20,6%, in forte calo dal 25% nel 2005. Nel 2070, secondo le proiezioni Istat, scender\u00e0 al 18,6%. Dato il declino demografico, anche la quota di popolazione in et\u00e0 lavorativa \u00e8 destinata a ridursi in modo significativo, con una perdita di 5 milioni di unit\u00e0 gi\u00e0 nel 2040.<\/p>\n<p>Rispetto ai loro coetanei europei i giovani italiani sono meno occupati soprattutto nelle fasce di et\u00e0 pi\u00f9 basse (15-24enni). Nel 2024 risultava occupato solo un giovane su cinque (19,7%), contro oltre uno su tre nella media dell\u2019Eurozona e pi\u00f9 della met\u00e0 in Germania (51,2%). La posizione relativa dell\u2019Italia migliora per\u00f2 nella fascia 25-29 e ancor pi\u00f9 per quella 30-34. Il basso tasso di occupazione tra i pi\u00f9 giovani riflette in parte i percorsi di istruzione pi\u00f9 lunghi ma \u00e8 anche il risultato di persistenti divari territoriali, seppure negli ultimi anni il Mezzogiorno abbia mostrato segnali di recupero.<\/p>\n<p>Le difficolt\u00e0 dei giovani italiani nell\u2019inserimento al lavoro permangono anche quando hanno completato il percorso formativo. Nel 2024, tra i 20-34enni diplomati o laureati, in Italia solo il 67,6% lavorava entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione, contro l\u201981,0% medio dell\u2019Eurozona e il 90,4% in Germania. L\u2019istruzione paga (in termini di opportunit\u00e0 occupazionali e di salari) ma meno che altrove, nonostante l\u2019Italia presenti una quota relativamente bassa di giovani con istruzione terziaria (il 30%, 10 punti in meno della Germania e 20 della Francia). In questo contesto si inserisce il fenomeno della mobilit\u00e0 internazionale dei giovani qualificati. Negli ultimi cinque anni (2019\u20132023) oltre 190mila giovani italiani hanno lasciato il Paese e circa la met\u00e0 di essi possedeva un titolo universitario. Un decimo dei giovani laureati italiani si \u00e8 trasferito all\u2019estero, con incidenze particolarmente elevate tra ingegneri e informatici, profili per i quali le imprese segnalano carenze crescenti. La mobilit\u00e0 internazionale dei lavoratori pu\u00f2 favorire lo scambio di conoscenze, la diffusione delle tecnologie e la creazione di legami economici tra paesi, ma per tradursi in un rafforzamento del capitale umano nazionale \u00e8 importante favorire i rientri e l\u2019attrazione di giovani talenti dall\u2019estero; in questa direzione si inseriscono i regimi fiscali agevolati introdotti negli ultimi anni anche in Italia.<\/p>\n<p>Le politiche pubbliche italiane rivolte all\u2019occupazione giovanile si sono concentrate negli ultimi anni su incentivi per la domanda di lavoro. Sgravi e bonus sulle assunzioni agiscono prevalentemente sul lato del costo del lavoro per le imprese, ma incidono poco sulle determinanti strutturali della bassa occupabilit\u00e0 giovanile. In particolare, senza un\u2019efficace politica di allineamento tra competenze in uscita dal sistema formativo e quelle richieste dal mercato, il mismatch di competenze permane come freno alla piena integrazione dei giovani nel mercato del lavoro.<\/p>\n<p>Serve una strategia integrata di lungo periodo con interventi strutturali che affrontino le cause profonde delle difficolt\u00e0 occupazionali dei giovani, quali:<br \/>\n1. Riforma e rafforzamento dei percorsi formativi e scolastici;<br \/>\n2. Anticipo dell\u2019inserimento nel mercato del lavoro durante il percorso di istruzione;<br \/>\n3. Incentivi mirati a sostenere il reddito dei giovani lavoratori;<br \/>\n4. Politiche di accompagnamento e welfare attivo.<\/p>\n<p>Una politica organica volta a valorizzare e trattenere il capitale umano costituirebbe a tutti gli effetti una leva di politica industriale, orientata a rafforzare la capacit\u00e0 innovativa del sistema produttivo e a sostenere lo sviluppo economico del Paese nel lungo periodo.<\/p>\n<p><strong>5. <\/strong>Il commercio italiano con l\u2019estero \u00e8 resiliente ai ripetuti e imprevedibili shock. Gli scambi con l\u2019estero dell\u2019Italia stanno al momento affrontando un cambio di paradigma: il disaccoppiamento tra le due maggiori economie (USA e Cina), dazi e altre barriere all\u2019ingresso del mercato statunitense (principale destinazione extra-UE dei prodotti italiani), la pressione della sovraproduzione della Cina (maggiore fornitore extra-UE), con volumi in aumento e prezzi in calo.<\/p>\n<p>Quali sono le prime indicazioni del doppio shock sino-americano sulla dinamica degli scambi italiani nel 2025? Quali le prospettive nel medio termine?<br \/>\nNel 2025 gli scambi con gli Stati Uniti e gli acquisti dalla Cina sono stati trainati da un ristretto numero di prodotti, soprattutto nella filiera farmaceutica. L\u2019impatto negativo dei dazi USA, per\u00f2, \u00e8 gi\u00e0 visibile in molti settori manifatturieri. Le criticit\u00e0 delle forniture cinesi, invece, sono concentrate in filiere specifiche, come l\u2019auto elettrica e l\u2019abbigliamento.<\/p>\n<p>Le prospettive sono difficili. Il nuovo quadro tariffario USA, estremamente incerto, penalizza ulteriormente numerosi prodotti italiani. La sovraproduzione cinese continua ad estendersi oltre i settori maturi, a quelli a media e alta tecnologia.<br \/>\nIn positivo gioca la comprovata capacit\u00e0 delle imprese italiane internazionalizzate di riorientare gli acquisti e le vendite all\u2019estero, per mitigare i rischi di approvvigionamento e cogliere le opportunit\u00e0 in nuovi mercati di sbocco. \u00c8 fondamentale puntare sugli accordi commerciali con partner strategici (Mercosur, India, Messico, Indonesia) per favorire la diversificazione nei mercati pi\u00f9 dinamici.<\/p>\n<p>Riguardo agli scambi italiani con gli USA, nel 2025 l\u2019import \u00e8 cresciuto del 35,9% in valore, superando i 35 miliardi di euro; l\u2019export ha sfiorato i 70 miliardi (+7,2%). L\u2019accelerazione dell\u2019export \u00e8 stata causata dall\u2019imprevedibilit\u00e0 delle politiche tariffarie USA, specie nei settori a rischio di tariffe pi\u00f9 elevate: ad esempio, la farmaceutica ha registrato un balzo del +100% degli acquisti e del +54% delle vendite negli USA. Al netto di farmaceutica e altri mezzi di trasporto (commesse eccezionali di imbarcazioni di elevato valore), nel 2025 c\u2019\u00e8 stato in realt\u00e0 un calo dell\u2019export verso gli USA, per effetto dei dazi (-5,7% annuo). A fine 2025, si registrano perdite a doppia cifra in diversi settori: per alimentari e bevande, carta e stampa, metalli e prodotti in metallo (colpiti da dazi al 50% su acciao, alluminio e rame), apparecchi elettrici, mobili. L\u2019impatto \u00e8 atteso ampliarsi nel medio e lungo periodo poich\u00e9 aumenta la possibilit\u00e0 degli acquirenti USA di trovare fornitori alternativi, seppur minore nel caso di prodotti di alta qualit\u00e0 come quelli italiani. Con i dazi previsti dall\u2019accordo bilaterale con l\u2019UE, le perdite per l\u2019export italiano potrebbero superare i 16 miliardi di euro.<\/p>\n<p>Ulteriore incertezza si \u00e8 creata dopo la sentenza della Corte Suprema USA, che il 20 febbraio 2026 ha dichiarato illegittimi i dazi reciproci introdotti nel 2025, aprendo la strada a ricorsi da parte degli importatori sui dazi gi\u00e0 pagati, che l\u2019Amministrazione dovr\u00e0 rimborsare. Sono stati quindi introdotti nuovi dazi erga omnes dal 24 febbraio, del 10% aggiuntivi rispetto alle tariffe MFN (nazione pi\u00f9 favorita), con durata massima di 150 giorni, prorogabili. Prima della sentenza della Corte Suprema, la tariffa \u201ceffettiva\u201d globale sull\u2019import USA era pari al 15,2%; con i dazi al 10%, \u00e8 scesa all\u201911,5%. In caso di aumento al 15%, si attesterebbe al 13,2%.<\/p>\n<p>L\u2019impatto \u00e8 eterogeneo per paese e per prodotto: guadagnano i paesi che prima della sentenza avevano dazi pi\u00f9 elevati: Brasile, Cina (dal 36,9% al 26,9%), India (dal 22,3% al 13,9%). Perdono in termini relativi i paesi che avevano negoziato dazi ridotti come l\u2019UE (dall\u201911,7% al 10,5% con dazi al 10% e al 12,5% in caso di aumento al 15%). L\u2019Italia \u00e8 il paese europeo pi\u00f9 svantaggiato dai nuovi dazi: prima della sentenza la tariffa \u201ceffettiva\u201d era pari al 13,6%, inferiore alla media mondiale; dopo, sale al 12,6% con dazi al 10% e al 15,3% se al 15%, superando la media mondiale. Sono 2.246 i prodotti italiani esportati negli USA (14% dell\u2019export totale), che con dazi al 10% subiscono una tariffa superiore a quella dell\u2019accordo USA-UE; con dazi al 15%, i prodotti salgono a 4.065 (31% dell\u2019export). Sono meno del 10% per Francia e Germania con dazi al 10% e meno del 20% con dazi al 15%.<\/p>\n<p>Riguardo agli scambi con la Cina, l\u2019aumento dell\u2019import italiano dalla Cina nel 2025 (+16,4% in valore, sopra i 60 miliardi) \u00e8 stato trainato da: 1) prodotti farmaceutici (quasi +1000%, +7 miliardi di euro); la filiera farmaceutica \u00e8 molto interconnessa tra Italia, Cina e USA. L\u2019aumento dell\u2019import dalla Cina \u00e8 concentrato in ormoni e, in misura minore, medicinali a base di ormoni e steroidi; l\u2019aumento dell\u2019export negli Stati Uniti \u00e8 trainato dai prodotti immunologici (a base di ormoni) e anche dalla stessa categoria di medicinali a base di ormoni e steroidi; 2) autoveicoli (+63%, +1 miliardo). Settori questi in cui \u00e8 cresciuta molto negli ultimi anni la quota di mercato cinese: dal 2019 al 2025, +20 punti percentuali sia per i farmaci che per le automobili cinesi sul totale dell\u2019import settoriale dai paesi extra-UE. Al netto di questi due comparti, l\u2019import dalla Cina \u00e8 rimasto sostanzialmente stabile nel 2025, su livelli inferiori al picco di fine 2022.<\/p>\n<p>La penetrazione dei prodotti cinesi in Italia \u00e8 concentrata in settori a media e alta intensit\u00e0 tecnologica (in cui la competizione si gioca su qualit\u00e0 e innovazione) e strategici. \u00c8 in atto una ricomposizione dell\u2019import dalla Cina verso prodotti a pi\u00f9 alto valore aggiunto, con valori medi unitari pi\u00f9 elevati (farmaceutica, autoveicoli, chimica, macchinari, apparecchi elettrici, altri mezzi di trasporto). La quota di prodotti a medio- alta tecnologia sul totale dell\u2019export cinese \u00e8 balzata dal 28% nel 2019 al 42% nel 2024, mentre la rispettiva quota sull\u2019export dell\u2019Eurozona \u00e8 rimasta sostanzialmente stabile intorno al 41% e gli Stati Uniti sono stati in grado di guadagnare quote nei settori high- tech e oil &amp; gas.<\/p>\n<p>Aumenta l\u2019import dalla Cina anche in settori in cui sono scesi i valori medi unitari: in settori manifatturieri maturi, come il tessile-abbigliamento-pelli, e in comparti ad alta intensit\u00e0 di capitale, come i metalli. La sovraproduzione cinese (dovuta alla ancora debole domanda interna, agli imponenti sussidi e alla minore domanda dagli Stati Uniti) sta determinando un aumento dell\u2019export cinese nel mondo, soprattutto nel Sud-est asiatico. I sussidi su alcuni prodotti in Cina sono all\u2019origine del maggior export: secondo l\u2019FMI, ai sussidi tra il 2009 e il 2022 \u00e8 attribuibile circa un sesto della crescita dell\u2019export cinese. Inoltre, i sussidi ai settori upstream rendono pi\u00f9 competitive anche le industrie downstream. A titolo esemplificativo, i sussidi all\u2019acciaio risultano avere aumentato l\u2019export cinese di autoveicoli del 3,5%.<\/p>\n<p>I dazi compensativi dell\u2019UE verso la Cina negli ultimi 15 anni si sono concentrati nei comparti con una forte presenza di imprese statali o un intenso sostegno pubblico (acciaio, alluminio, tecnologie energetiche e prodotti della transizione verde), ma non sempre hanno prodotto gli effetti attesi: in alcuni casi la capacit\u00e0 produttiva europea \u00e8 insufficiente a soddisfare la domanda interna, rendendo difficile ridurre la dipendenza dalle importazioni anche in presenza di dazi (esempio: batterie agli ioni di litio); in altri casi, i prodotti cinesi restano competitivi anche con i dazi, grazie a economie di scala, integrazione verticale delle filiere produttive e al sostegno della politica industriale nazionale (esempio, le autovetture elettriche).<\/p>\n<p>Per competere con la Cina occorre valorizzare i punti di forza del sistema produttivo europeo (pi\u00f9 che politiche commerciali basate sul prezzo): la qualit\u00e0 dei prodotti, l\u2019innovazione e la specializzazione nei segmenti di fascia pi\u00f9 alta. Quindi: \u00e8 centrale una politica industriale volta a rafforzare la capacit\u00e0 tecnologica, la qualit\u00e0 e il posizionamento competitivo delle imprese europee nei comparti high-tech; utilizzare gli strumenti di difesa commerciale; occorre gestire a livello UE i rischi di approvvigionamento di input critici, spesso concentrati geograficamente e su cui si registrano deficit commerciali.<\/p>\n<p>Gli scambi italiani puntano sulla diversificazione: si osserva una maggiore resilienza dell\u2019export italiano a fronte degli shock, grazie a una pi\u00f9 veloce ricomposizione geografica degli scambi realizzata dalle nostre imprese. L\u2019import italiano ha raggiunto il 12% annuo di ricomposizione nel 2022-2023 e si \u00e8 stabilizzato intorno al 9% nell\u2019ultimo biennio, su ritmi nettamente superiori all\u2019import tedesco. Dal lato dell\u2019export: circa l\u20198% dei prodotti italiani cambia destinazione ogni anno, a fronte del 6% di quelli tedeschi. Per quanto riguarda i settori, dal lato dell\u2019import, farmaceutica, petrolio e metallurgia hanno guidato la ricomposizione degli scambi italiani nel 2025; dal lato dell\u2019export, farmaceutica, macchinari e attrezzature hanno offerto un maggiore contributo alla ricomposizione degli scambi italiani. Per quanto riguarda i singoli mercati di destinazione, nel 2025 gli esportatori italiani hanno aumentato le vendite per alcuni prodotti e le hanno diminuite per altri: quasi in uguale misura negli USA, Germania e Svizzera; predominano le quote in aumento in Francia e Spagna, quelle in diminuzione in Turchia. Per l\u2019import pesa soprattutto l\u2019aumento delle quote della Cina e, con minore intensit\u00e0, degli USA. \u00c8 fondamentale puntare su accordi commerciali con partner come Mercosur, India, Messico, per favorire la diversificazione nei mercati dinamici.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h4>PREMESSA<\/h4>\n<p><strong>La guerra in Iran principale fattore destabilizzante<\/strong><br \/>\nLo scenario economico italiano, europeo e mondiale \u00e8, al momento, fortemente condizionato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele da un lato ed Iran dall\u2019altro, iniziata il 28 febbraio scorso.<\/p>\n<p>Questo perch\u00e9 l\u2019Iran non \u00e8 un paese come gli altri: \u00e8 uno dei pi\u00f9 importanti paesi al mondo per la produzione di petrolio; \u00e8 un partner strategico di Russia e Cina a cui vende armi (alla Russia) e petrolio (alla Cina); \u00e8 la principale potenza militare del Medioriente, con un esercito che \u00e8 numericamente circa 3,6 volte quello israeliano; \u00e8 un importante produttore di materiale bellico (anche esportatore, verso la Russia dal conflitto in Ucraina del 2022); finanzia, addestra e rifornisce di armi i gruppi armati che fanno parte della Resistenza di ispirazione Sciita come Hamas e Hezbollah e gli Houthi.<\/p>\n<p><strong>Obiettivi di Stati Uniti e Israele nella guerra<\/strong><br \/>\nCon questa guerra Stati Uniti e Israele intendono: 1) azzerare la capacit\u00e0 nucleare iraniana; 2) eliminare la minaccia militare nei confronti di Israele, ma anche verso gli altri paesi medio orientali che percepiscono l\u2019Iran come fattore destabilizzante; 3) far cadere il regime, per evitare il riproporsi della destabilizzazione della regione.<\/p>\n<p><strong>Alcuni fatti stilizzati<\/strong><\/p>\n<ul>\n<li>A seguito degli attacchi di Stati Uniti e Israele, l\u2019Iran sta reagendo attaccando basi americane e obiettivi militari in tutti i paesi del Golfo Persico: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e Iraq.<br \/>\nNel loro complesso, i paesi del Golfo Persico arrivavano prima della guerra a produrre 24,5 milioni di barili al giorno (mbg) di greggio, che salgono a 29,8 mbg contando anche gli altri liquidi petroliferi estratti. In tutto, la loro estrazione di petrolio era pari al 28% del totale mondiale (106,3 mbg), di cui a inizio 2026 l\u2019Iran produceva 3,3 mbg, Arabia Saudita 9,9, Iraq 4,3, Emirati Arabi Uniti 3,5, Kuwait 2,6.<\/li>\n<li>Lo Stretto di Hormuz, che \u00e8 un punto di passaggio cruciale per le forniture energetiche nel mondo, \u00e8 ora sostanzialmente chiuso e nessuno sa quando potr\u00e0 riaprire (Grafico A). Circa il 20% dell\u2019offerta mondiale di petrolio e il 2,7% del consumo mondiale di gas naturale (dati 2024), prima del conflitto, passava via mare attraverso lo Stretto di Hormuz. Il blocco di un passaggio chiave per i trasporti internazionali mette a rischio la disponibilit\u00e0 di greggio.<\/li>\n<li>Quanto tempo il mondo potr\u00e0 resistere con lo Stretto di Hormuz chiuso? Ipotizzando un calo dei transiti dell\u201980% rispetto al pre-guerra, che appare coerente con i dati pi\u00f9 recenti (circa del 95% nei primi giorni di marzo, ma considerando solo le imbarcazioni di cui \u00e8 possibile registrare il segnale), l\u2019offerta mondiale si ridurrebbe di circa 16 mbg.<br \/>\nPer mitigare questa carenza vi sono quattro tipi di \u201ccuscinetto\u201d disponibili:<br \/>\nEccesso di produzione mondiale: prima del conflitto, la produzione mondiale di petrolio superava in modo ampio e persistente la domanda mondiale. In media nel 2025 la produzione in eccesso \u00e8 stata pari a +2,7 mbg che ha consentito un significativo accumulo di scorte commerciali.<br \/>\nCapacit\u00e0 estrattiva inutilizzata: nei paesi OPEC \u00e8 pari a 3,6 mbg, ma 3,3 mbg di questa si trova in Arabia Saudita e anche in Iraq, Emirati Arabi e Kuwait. Solo 0,3 mbg di maggiore produzione di altri paesi OPEC \u00e8 da considerare immediatamente utilizzabile.<br \/>\nOleodotti in grado di aggirare lo Stretto di Hormuz: in Arabia Saudita l\u2019oleodotto East-West consente di trasportare 5 mbg, ampliati di recente a 7 mbg di petrolio via terra dal Golfo Persico al mar Rosso. Un altro oleodotto pi\u00f9 piccolo, con una capacit\u00e0 di circa 1,8 mbg, \u00e8 quello degli Emirati Arabi che consente di trasportare il greggio da Abu Dhabi a Fujairah nel golfo dell\u2019Oman, fuori dallo Stretto di Hormuz.<br \/>\nLa capacit\u00e0 di trasporto che aggira Hormuz \u00e8 quindi di 8,8 mbg, anche se il terminal di Fujairah e le petroliere che attraccano sono state attaccate nei giorni scorsi dall\u2019Iran. Quindi, \u00e8 ragionevole ipotizzare che una parte del flusso che prima passava da Hormuz sar\u00e0 disponibile, una volta attivati questi oleodotti di emergenza.<br \/>\nLe riserve strategiche ammontano a 415 milioni di barili negli USA (una petroliera ne trasporta mediamente 2 milioni), 1.406 nei paesi europei, 280 in altri paesi membri dell\u2019Agenzia Internazionale dell\u2019Energia (IEA, totale 2.101 mb). Anche la Cina ha accumulato riserve strategiche di petrolio, ma fuori dal sistema IEA.<br \/>\nComplessivamente, quindi, la perdita di 16 mbg derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe scendere tra i 6 e i 7 mbg considerando solo una parte dell\u2019eccesso di produzione pre-guerra (2,7 mbg), l\u2019aumento della capacit\u00e0 produttiva negli altri paesi OPEC (0,3 mbg) e l\u2019utilizzo degli oleodotti al massimo della capacit\u00e0.<br \/>\nLa domanda di petrolio a livello mondiale scender\u00e0, con l\u2019aumento del prezzo, ma il prezzo coerente con tale perdita potrebbe essere comunque molto alto vista la rigidit\u00e0 della domanda.<br \/>\nLe riserve disponibili potrebbero compensare i 6-7 mbg persi con la chiusura dello Stretto di Hormuz per circa undici mesi. Ma \u00e8 sufficiente la sola inutilizzabilit\u00e0 dell\u2019oleodotto degli Emirati Arabi per far crescere la perdita e ridurre la durata delle riserve.<br \/>\n\u00c8 chiaro che finite le riserve, con un\u2019offerta limitata (la perdita \u00e8 pari a circa il 6% del consumo mondiale), sar\u00e0 il prezzo a salire fino al livello in grado di ridurre la domanda. Ma questo livello rischia di essere tale da indurre gli automobilisti a non usare l\u2019auto e modificare altre abitudini di vita quotidiana. Quindi un prezzo ben superiore ai 150 dollari al barile, in grado di causare una crisi economica globale.<\/li>\n<li>Il prezzo del petrolio \u00e8 cresciuto, nella prima settimana, da 71 a 89 dollari al barile e di circa poco meno del 15% in media a settimana (il 50% nelle prime tre settimane). Quello del gas \u00e8 cresciuto di quasi il 25% in media a settimana (oltre il 90% nelle prime tre settimane) ma rimane su livelli molto pi\u00f9 bassi del 2022.<br \/>\nLe principali crisi petrolifere mondiali del passato hanno avuto tutte epicentro nella stessa regione: la guerra del Kippur tra Israele e i paesi arabi confinanti del 1973; la rivoluzione islamica del 1979 con l\u2019ascesa al potere di Khomeini, seguita dalla guerra tra Iran e Iraq durata otto anni; la prima guerra del Golfo del 1990 seguita all\u2019occupazione irachena del Kuwait e durata circa sette mesi; la seconda guerra del Golfo, del 2003, con l\u2019occupazione dell\u2019Iraq da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti e la destituzione di Saddam Hussein (dopo un mese circa). Nelle guerre passate, il prezzo del Brent aument\u00f2 da 16 a 42 dollari al barile tra il 1979 e il 1980 (+156%) e triplic\u00f2 in due anni con l\u2019esplodere della guerra Iran-Iraq; da 17 a 36 dollari nel 1990-1991 (+107%), da 24 a 33 dollari nel 2003 (+34,7%) che \u00e8 stato l\u2019episodio in cui le operazioni belliche su larga scala sono durate meno.<\/li>\n<\/ul>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-23832 size-full\" src=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24183518\/Grafico-1.png\" alt=\"\" width=\"1390\" height=\"822\" srcset=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24183518\/Grafico-1.png 1390w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24183518\/Grafico-1-1280x757.png 1280w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24183518\/Grafico-1-980x580.png 980w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24183518\/Grafico-1-480x284.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) and (max-width: 1280px) 1280px, (min-width: 1281px) 1390px, 100vw\" \/><\/p>\n<ul>\n<li>Per contenere l\u2019aumento del prezzo del petrolio, i paesi della IEA, l\u201911 marzo scorso, hanno rilasciato 412 mb, parte delle riserve strategiche. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno sospeso per un mese le sanzioni previste all\u2019acquisto di petrolio dalla Russia. Questo consentir\u00e0 alla Russia di vendere il greggio che produce al prezzo di mercato, anzich\u00e9 sottoprezzo come ha fatto dall\u2019inizio delle sanzioni.<\/li>\n<li>In ampliamento la differenza tra la quotazione del WTI (West Texas Intermediate) utilizzato principalmente per quotare petroli prodotti in Nord e Sud America e quella del Brent utilizzata per quotare i petroli in Europa (inclusa la Russia), Africa e Medio Oriente. Mentre di solito la differenza tra le due \u00e8 minima e stabile nel tempo. Il prezzo del WTI era di 52 dollari in media a dicembre 2025 ed \u00e8 salito a 95 dollari il 19 marzo, con un divario di -20 dollari rispetto al Brent (da -4 dollari nel 2025). Questo significa che l\u2019aumento del prezzo \u00e8 pi\u00f9 elevato nelle aree, come l\u2019Europa, che fanno riferimento al Brent. Per quanto riguarda il gas, il prezzo nelle diverse aree del mondo assume valori anche molto diversi poich\u00e9 ancora in parte legato a forniture locali che avvengono tramite gasdotto, nonostante la forte crescita degli ultimi anni del GNL. In Europa il prezzo \u00e8 sostanzialmente sempre pi\u00f9 alto che negli Stati Uniti (a marzo \u00e8 circa cinque volte quello americano).<\/li>\n<li>Sostanzialmente stabili i transiti nel Canale di Suez, ma ben al di sotto di quelli registrati nel 2023 prima degli attacchi degli Houthi. Dall\u2019inizio del 2024, il Canale di Suez e, di conseguenza, lo Stretto di Bab el-Mandeb hanno dimezzato il traffico navale rispetto alla media del 2023. Attualmente, i transiti si mantengono sui livelli medi del 2024, pari al 47% per il Canale di Suez e al 55% per lo Stretto di Bab el- Mandeb rispetto ai valori medi del 2023 prima che iniziassero gli attacchi degli Houthi. Questa situazione ha comportato un forte aumento (+80%) del ricorso alla rotta alternativa che circumnaviga l\u2019Africa attraverso il Capo di Buona Speranza, pi\u00f9 lunga e pi\u00f9 costosa in termini di trasporto.<\/li>\n<li>Costo dei noli in aumento, ma non marcato. Sono saliti i costi del trasporto marittimo per effetto della guerra ma non in modo cos\u00ec marcato come a inizio 2024 a seguito degli attacchi degli Houthi diretti contro le navi mercantili passanti per lo Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso: il Baltic Dry Index, che riguarda materie prime non containerizzate, +15,9% nella media dei primi diciannove giorni di marzo rispetto a gennaio; il Drewry World Container Index, l\u2019indicatore relativo al trasporto di merci containerizzate, +13,2% nell\u2019ultimo mese; l\u2019aumento \u00e8 pi\u00f9 accentuato per le rotte Shanghai-Rotterdam (+17,5%) e Shanghai-New York (+19%).<\/li>\n<li>L\u2019Italia importa quota rilevanti di gas e petrolio dai paesi del Golfo. Per il petrolio, l\u2019Italia importa molto da Iraq e Arabia Saudita, meno da Kuwait e altri paesi del Golfo, per un totale del 16,6% dell\u2019import italiano di greggio (dati 2024). Per il gas, in Italia nel 2025 i flussi dal Qatar (GNL via nave) sono stati pari all\u20198,3% del totale dell\u2019import di gas, cui si aggiunge il 16,3% (via terra) dall\u2019Azerbaigian che confina con l\u2019Iran a nord, ma non \u00e8 sul Golfo Persico; la fornitura principale di gas, infatti, arriva dall\u2019Algeria (32,8%), con una quota importante dagli USA (15,1%; Tabella A).<\/li>\n<\/ul>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-23833 size-full\" src=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184412\/Tabella-a-2.png\" alt=\"\" width=\"1390\" height=\"628\" srcset=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184412\/Tabella-a-2.png 1390w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184412\/Tabella-a-2-1280x578.png 1280w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184412\/Tabella-a-2-980x443.png 980w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184412\/Tabella-a-2-480x217.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) and (max-width: 1280px) 1280px, (min-width: 1281px) 1390px, 100vw\" \/><\/p>\n<ul>\n<li>Export dell\u2019Italia cresciuto negli ultimi anni con i paesi del Golfo (Tabella B). Due comparti costituiscono l\u201986% dei nostri acquisti totali, che ammontano a 9,1 miliardi nel 2025: i combustibili minerali e i relativi prodotti raffinati, che con 7,6 miliardi di euro ne rappresentano il 72%, seguiti dai metalli di base che pesano per il 13,5%, quasi un miliardo e mezzo. Per quanto riguarda l\u2019export verso gli otto paesi del Golfo: 21,8 miliardi nel 2025 (saldo commerciale +11,3 miliardi). Dal 2019 al 2025 l\u2019export italiano verso gli otto paesi del Golfo \u00e8 aumentato (+76%, cumulato) pi\u00f9 del doppio della crescita registrata verso il totale dei paesi extra- UE (+33%). In particolare, le vendite italiane verso gli Emirati Arabi Uniti e l\u2019Arabia Saudita, che rappresentano quasi i tre quarti del totale esportato verso i paesi del Golfo e il 5% di quelle verso i paesi extra-UE, sono raddoppiate negli ultimi sei anni, compensando il calo di quello verso altri mercati (vedi la Germania). I primi cinque comparti assorbono pi\u00f9 della met\u00e0 dell\u2019export di beni dell\u2019Italia verso questi paesi: i macchinari (6 miliardi) pesano il 28% del totale e sono diretti per pi\u00f9 dell\u201980% verso Arabia Saudita (36,4%), Emirati Arabi (32,2%) e Qatar (14,5%); altri prodotti della manifattura (esclusi i mobili) rappresentano 2 miliardi, l\u201980% \u00e8 destinato agli EAU; apparecchi elettrici (1,3 miliardi), anch\u2019essi destinati agli EAU (41,5%), Arabia Saudita (34,1%), seguono Qatar (8,7%) e Iraq (8,5%); prodotti farmaceutici (1,3 miliardi) con destinazione prevalente Arabia Saudita (58%) ed Emirati Arabi (25%) e metalli di base, stesso livello di export (1,3 miliardi) e stessi paesi principali ma con quote invertite in EAU (55%) e Arabia Saudita (20%).<\/li>\n<\/ul>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-23834 size-full\" src=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184442\/Tabella-b1.png\" alt=\"\" width=\"1392\" height=\"700\" srcset=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184442\/Tabella-b1.png 1392w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184442\/Tabella-b1-1280x644.png 1280w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184442\/Tabella-b1-980x493.png 980w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184442\/Tabella-b1-480x241.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) and (max-width: 1280px) 1280px, (min-width: 1281px) 1392px, 100vw\" \/><\/p>\n<ul>\n<li>Le principali economie asiatiche sono fortemente dipendenti dalle forniture energetiche dai paesi del Golfo Persico. Provengono dall\u2019area del Golfo oltre il 42% degli acquisti cinesi di petrolio (greggio e prodotti petroliferi) e il 24% di quelli di gas naturale (dati Unctad, 2024). Per l\u2019India la quota di import dal Golfo \u00e8 simile per il petrolio (43%) e molto pi\u00f9 elevata per il gas (78%). La dipendenza petrolifera \u00e8 ancora maggiore per i paesi avanzati asiatici: Giappone (84% del petrolio -quasi totale per il greggio-; 10% gas) e Corea del Sud (67% petrolio, 31% gas).<\/li>\n<li>L\u2019indicatore di incertezza globale, misurato dal World Uncertainty Index (FMI), ha registrato a febbraio un lieve aumento rispetto a gennaio (+4,9%), ma \u00e8 previsto crescere ulteriormente in marzo. In questa direzione \u00e8 andato l\u2019indicatore giornaliero di incertezza di politica economica degli Stati Uniti, che nei primi quindici giorni di marzo \u00e8 aumentato di oltre il 18,5% rispetto alla media di febbraio. Da sottolineare che tali aumenti avvengono in un contesto in cui il livello complessivo di incertezza risultava gi\u00e0 elevato, superiore persino a quello registrato durante la pandemia.<\/li>\n<li>Le economie sono molto meno dipendenti dal petrolio di quanto non lo fossero nei decenni scorsi. L\u2019intensit\u00e0 petrolifera, misurata come \u201cbarili di petrolio per un euro di PIL\u201d, in effetti, si \u00e8 pi\u00f9 che dimezzata negli ultimi 45 anni (0,66 in Italia nel 2024 da 1,60 nel 1980). Numeri simili riguardano anche gli altri paesi europei; rimane leggermente pi\u00f9 elevata l\u2019intensit\u00e0 petrolifera negli USA (0,89 nel 2024) rispetto all\u2019Europa, ma comunque anche l\u00ec \u00e8 in discesa rispetto agli anni delle precedenti crisi petrolifere mondiali. Per tale ragione, quasi tutti gli analisti sono concordi nel ritenere che l\u2019impatto economico della guerra in Iran sar\u00e0 inferiore a quello registrato nelle passate crisi petrolifere.<\/li>\n<li>Dopo tre settimane di guerra, i mercati scommettono su una guerra breve e non eccessivamente distruttiva (i futures sul petrolio indicano per dicembre un prezzo del petrolio sostanzialmente analogo a quello di febbraio). Questo \u00e8 dovuto al fatto che i mercati scontano la consapevolezza dei governi di Stati Uniti e Israele riguardo le possibili conseguenze di una carenza globale prolungata di petrolio e gas. Tuttavia, il protrarsi della guerra o comunque dell\u2019instabilit\u00e0 nell\u2019area pu\u00f2 cambiare radicalmente la percezione dei mercati e gli impatti potrebbero diventare molto negativi.<\/li>\n<li>Negli ultimi giorni, anche le infrastrutture energetiche (petrolifere e di gas) di Iran e, in risposta, anche di altri paesi del Golfo sono interessate da azioni belliche. Alcune hanno sospeso le attivit\u00e0, altre sono danneggiate. L\u2019esperienza dell\u2019Iraq, post seconda guerra del Golfo, suggerisce che il ritorno alla piena operativit\u00e0 di impianti danneggiati richiede tempi medio-lunghi. Allora alcune infrastrutture principali furono riparate in 6-18 mesi, ma la piena capacit\u00e0 produttiva e la stabilizzazione del settore hanno richiesto quasi 10 anni (anche a causa di attacchi e sabotaggi).<\/li>\n<li>I bombardamenti americani e israeliani hanno distrutto obiettivi militari ed eliminato alcuni leader del paese, ma non hanno cambiato la leadership. Nonostante gli attacchi e i bombardamenti americani e israeliani, il regime iraniano ha ancora la capacit\u00e0 di colpire obiettivi negli altri paesi del Golfo.<\/li>\n<\/ul>\n<p><strong>Variabili chiave alla base degli impatti economici del conflitto<\/strong><br \/>\n1. La durata della guerra. \u00c8 la variabile principale poich\u00e9 la guerra manterr\u00e0 elevatissima l\u2019incertezza globale. Inoltre, mantiene alti i rischi di distruzione di raffinerie e infrastrutture energetiche e difficile la riapertura dello Stretto di Hormuz per consentire il passaggio delle petroliere e delle navi che trasportano le altre merci. Pi\u00f9 si protrae la guerra e la chiusura dello Stretto di Hormuz e pi\u00f9 sar\u00e0 difficile garantire l\u2019offerta mondiale di petrolio e gas. Ci\u00f2 implica un progressivo aumento delle loro quotazioni. Il protrarsi della guerra rende sempre pi\u00f9 costosi i trasporti internazionali parallelamente all\u2019aumento dei prezzi del petrolio e sempre pi\u00f9 difficili i trasporti con i paesi coinvolti nella guerra e quindi gli scambi commerciali con inevitabili ricadute sui paesi esportatori. Inoltre, i paesi della penisola arabica e, in particolare, il Qatar e gli Emirati Arabi, hanno assunto un ruolo cruciale come snodo nei trasporti internazionali soprattutto tra Europa e Asia e nel sistema finanziario internazionale. Una lunga durata della guerra metterebbe a rischio questo ruolo, con ripercussioni anche a livello globale.<br \/>\n2. La quota di capacit\u00e0 produttiva di petrolio e gas che verr\u00e0 distrutta. Se anche la guerra avesse una durata contenuta, entro le quattro settimane, ma venisse distrutta una quota ampia di raffinerie e impianti di estrazione del petrolio, visti i tempi medio-lunghi necessari per il ripristino, si avrebbe comunque una scarsit\u00e0 di offerta di petrolio e gas a livello mondiale. In questo caso gli effetti sarebbero limitati alla disponibilit\u00e0 di materie prime energetiche e al loro prezzo, ma gli impatti macroeconomici a livello globale sarebbero comunque molto significativi.<br \/>\n3. L\u2019esito della guerra. L\u2019esito auspicabile della guerra sarebbe quello di poter assicurare una certa stabilit\u00e0 all\u2019Iran e a tutta la regione. Ma se anche la guerra si concludesse in poco tempo e la capacit\u00e0 produttiva di petrolio e gas fosse preservata quasi intatta, qualora il regime iraniano attuale rimanesse al potere, \u00e8 molto probabile che persista una forte instabilit\u00e0 in tutta l\u2019area, non solo in Iran. D\u2019altra parte, anche il cambio di regime, come ha dimostrato l\u2019esperienza in Iraq, non necessariamente pu\u00f2 significare maggiore stabilit\u00e0, quanto meno nel medio periodo. L\u2019instabilit\u00e0 finirebbe per tenere elevati i rischi connessi ai passaggi delle navi per lo Stretto di Hormuz e cos\u00ec anche il rischio di sabotaggi agli impianti petroliferi. Rischierebbe di venire meno anche il ruolo centrale a livello internazionale di Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita.<\/p>\n<p><strong>I canali di impatto sull\u2019economia<\/strong><br \/>\n1. La guerra accresce l\u2019incertezza che gi\u00e0 \u00e8 a livelli molto alti, superiori a quelli della pandemia. Questa impatta negativamente sulle scelte di imprese e famiglie, riducendo i consumi e gli investimenti.<br \/>\n2. Uno degli effetti pi\u00f9 rilevanti \u00e8 l\u2019aumento dei prezzi dell\u2019energia, vista l\u2019importanza della produzione di petrolio e gas dei paesi coinvolti. Questo shock, se \u00e8 di breve durata pu\u00f2 rimanere temporaneo e determinare un aumento diretto dell\u2019inflazione che poi rientrerebbe una volta che i prezzi scendono. Ma se l\u2019aumento dei prezzi si protrae, l\u2019inflazione aumenter\u00e0 anche per gli effetti di second round, che si realizzano quando gli aumenti dei prezzi degli energetici vengono incorporati negli altri beni e servizi prodotti, spingendo in alto anche l\u2019inflazione di fondo. L\u2019aumento dell\u2019inflazione riduce il reddito disponibile in termini reali e quindi la domanda delle famiglie. Maggiori costi energetici creano un aumento dei costi di produzione delle imprese e minore competitivit\u00e0 delle merci soprattutto laddove i prezzi dell\u2019energia crescono di pi\u00f9.<br \/>\n3. L\u2019aumento dei prezzi di petrolio e gas fa crescere anche i costi dei trasporti internazionali che si aggiungono agli aumenti del costo dell\u2019energia contribuendo a far salire i costi di produzione e frenando l\u2019export di beni. Per il momento gli aumenti sono ancora contenuti.<br \/>\n4. Difficolt\u00e0 negli approvvigionamenti. La chiusura dello Stretto di Hormuz e i danni ad alcune raffinerie ed infrastrutture energetiche, come detto, creeranno, qualora si dovessero protrarre nel tempo, una carenza di petrolio e gas a livello globale. Tali difficolt\u00e0 di approvvigionamento incideranno in modo diverso a livello globale. I paesi maggiormente dipendenti da petrolio e gas proveniente dai paesi del Golfo Persico avranno pi\u00f9 difficolt\u00e0 a sostituirli e, con il passare dei mesi, rischieranno di vederne ridotta la disponibilit\u00e0, con impatti negativi rilevanti anche sulla capacit\u00e0 produttiva. La Cina, ma anche gli altri paesi avanzati asiatici (Giappone e Corea del Sud), sono i pi\u00f9 colpiti dalla guerra, in questo senso. Poich\u00e9 la produzione cinese \u00e8 praticamente pari alla somma di quella europea e americana, e le forniture cinesi sono essenziali per entrambe le aree, il rischio che vengano meno, in Europa e negli USA, gli approvvigionamenti di beni intermedi e materie prime \u00e8 elevato, soprattutto se si acuir\u00e0 la carenza di petrolio e gas a livello globale (persistenza nella chiusura dello Stretto di Hormuz e\/o distruzione di impianti di produzione di gas e petrolio). Il rischio di blocchi della produzione in Europa determinato da difficolt\u00e0 nelle forniture \u00e8 un rischio concreto nel medio-lungo periodo.<br \/>\n5. Attraverso l\u2019export verso i paesi del golfo. L\u2019impatto della guerra sull\u2019export verso i paesi del Golfo potrebbe essere trascurabile qualora la guerra fosse breve e si concludesse con una maggiore stabilit\u00e0 nella regione. Pi\u00f9 la guerra si protrae, ovvero pi\u00f9 rimane elevata l\u2019instabilit\u00e0 nell\u2019area, pi\u00f9 sar\u00e0 difficile che la domanda estera dei paesi del Golfo sia preservata e possa essere soddisfatta.<\/p>\n<p><strong>Tre scenari alternativi sul conflitto: le ipotesi<\/strong><br \/>\nPer stimare l\u2019entit\u00e0 dei rischi al ribasso per la crescita economica che caratterizzano la situazione attuale, innescata dalla guerra in Iran, il CSC ha individuato tre scenari alternativi. Uno \u00e8 quello utilizzato come baseline nel resto del rapporto.<br \/>\nGli altri due scenari (Tabella C) sono peggiorativi rispetto al baseline, sia per lo scenario internazionale che, di conseguenza, per l\u2019impatto sull\u2019economia italiana. Le ipotesi che distinguono gli scenari sono tre e riguardano:<br \/>\n1. la durata della guerra in Iran: lo scenario baseline (A) ipotizza un conflitto limitato a marzo 2026, lo scenario B che la guerra prosegua fino a giugno 2026 (quindi duri quattro mesi), nello scenario C si protragga per tutto il 2026 (quindi duri dieci mesi). In tutti e tre gli scenari, si ipotizza che lo Stretto di Hormuz rimanga sostanzialmente chiuso durante la guerra (cio\u00e8 che i transiti scendano almeno dell\u201980% rispetto a prima della guerra), ma che riapra stabilmente con la fine di questa.<br \/>\n2. la quota di capacit\u00e0 produttiva di petrolio e gas che verr\u00e0 distrutta nei paesi del Golfo: nello scenario baseline si ipotizza che la capacit\u00e0 produttiva rimanga adeguata a sostenere l\u2019offerta mondiale. Anche negli altri due scenari in cui il conflitto si prolunga, si ipotizza che la distruzione di ulteriori impianti nei paesi vicini si vada man mano azzerando, per la progressiva riduzione della capacit\u00e0 offensiva dell\u2019Iran.<br \/>\n3. l\u2019esito della guerra: in tutti e tre gli scenari, si ipotizza che con la fine della guerra sia garantita la stabilit\u00e0 in Iran e in tutti i paesi del Golfo. Ci\u00f2 implica che il rischio di sabotaggi e attentati sia basso e che i flussi commerciali da e per i paesi del Golfo possano tornare quelli della situazione pre-guerra; si esclude un diverso direzionamento degli scambi tra Asia ed Europa come conseguenza geopolitica del conflitto in corso.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-23835 size-full\" src=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184607\/Tabella-C.png\" alt=\"\" width=\"1396\" height=\"636\" srcset=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184607\/Tabella-C.png 1396w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184607\/Tabella-C-1280x583.png 1280w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184607\/Tabella-C-980x446.png 980w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184607\/Tabella-C-480x219.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) and (max-width: 1280px) 1280px, (min-width: 1281px) 1396px, 100vw\" \/><\/p>\n<p><strong>Aumento dei prezzi al consumo in Italia<\/strong><br \/>\nIl peso dell\u2019energia nel paniere dei prezzi al consumo italiani \u00e8 pari a 10,7%, di cui 4,7% sono i carburanti per i trasporti (benzina, gasolio) e 6,0% gli energetici per la casa (elettricit\u00e0, gas). Quindi, per ogni 10% di rincaro dei prezzi di benzina e altri energetici in Italia (dovuto al balzo delle commodity internazionali), si determina un aumento di un po\u2019 pi\u00f9 di un +1,0% dell\u2019inflazione in Italia, tradizionalmente entro 1 mese dallo shock.<\/p>\n<p>Nello scenario baseline, il rincaro dei prezzi di petrolio e gas presi insieme, espressi in euro, nel 2026 \u00e8 ipotizzato pari al +12% rispetto al 2025, ma nello scenario B arriva al<br \/>\n+60% e nello scenario C sale addirittura al +133%. Questo significa, meccanicamente e per il solo impatto diretto sui prezzi energetici al consumatore finale, un potenziale aumento di oltre +13 punti dell\u2019inflazione nello scenario peggiore rispetto al 2025 (+6 punti nel B). Per confronto, nel 2021-2022 l\u2019inflazione italiana ha registrato un balzo da circa zero a +12%, cio\u00e8 di +12 punti percentuali dal minimo al massimo calcolati in termini mensili.<\/p>\n<p>A questo impatto diretto vanno aggiunti gli effetti di second round, ovvero gli aumenti dei prezzi di beni e servizi non energetici che incorporano l\u2019aumento dei costi energetici che, guardando alle regolarit\u00e0 storiche passate, in Italia si sviluppano in circa 6 mesi dallo shock iniziale.<\/p>\n<p>Viceversa, la riduzione della domanda provocata da tale shock tende a frenare i prezzi domestici, attenuando l\u2019effettivo aumento dell\u2019indice generale dei prezzi rispetto all\u2019entit\u00e0 esogena dello shock proveniente dalle commodity. Vanno anche considerate le eventuali misure di mitigazione dei prezzi effettivi \u201cin bolletta\u201d (attuate per esempio con lo shock energetico del 2022), oltre allo smoothing realizzato dall\u2019Authority sui prezzi energetici regolamentati.<\/p>\n<p><strong>Risalgono i tassi BCE<\/strong><br \/>\nNei due scenari alternativi, la BCE \u00e8 costretta dal balzo dell\u2019inflazione in tutta Europa a rialzare i tassi in maniera pi\u00f9 ampia rispetto al rialzo di un quarto di punto incorporato nello scenario baseline. Una mossa che sicuramente non era contemplata prima della guerra in Iran. Nello scenario B, i tassi ufficiali nell\u2019Eurozona salgono in tutto di 1,0 punto percentuale nel 2026. Mentre nello scenario C di 2,0 punti percentuali, annullando tutto l\u2019allentamento che Francoforte aveva realizzato tra 2024 e 2025. Questo rialzo andrebbe a frenare di nuovo il canale del credito in Italia, per imprese e famiglie, penalizzando sia gli investimenti che i consumi. La stretta impatterebbe pienamente sull\u2019economia con un ritardo di alcuni mesi; per questo, l\u2019effetto negativo, in particolare, sugli investimenti si avrebbe non solo nel 2026, ma anche nel 2027.<\/p>\n<p><strong>Eurozona: crescita minacciata da un conflitto prolungato<\/strong><br \/>\nIn quanto importatore netto di petrolio e gas, l\u2019Eurozona \u00e8 particolarmente esposta a un aumento dei costi energetici.<\/p>\n<p>Va ricordata la grande eterogeneit\u00e0 dei vari paesi dell\u2019Area nell\u2019esposizione allo shock su petrolio e gas: tra i primi quattro, in base al mix energetico, l\u2019Italia \u00e8 il paese pi\u00f9 esposto, seguito dalla Germania, mentre la Francia \u00e8 meno esposta, data l\u2019elevata quota di di nucleare. Gli scenari CSC tengono conto di tale situazione, su cui si innesta il rincaro energetico, e registrano quindi un impatto maggiore dello shock sull\u2019economia italiana, rispetto all\u2019aggregato Eurozona, in tutti e tre gli scenari.<\/p>\n<p>Nello scenario intermedio, per l\u2019Eurozona, le ripercussioni si estenderebbero sia all\u2019anno in corso sia al 2027. Un aumento moderato dei tassi scoraggerebbe in modo significativo investimenti e attivit\u00e0 industriale. In questo contesto, la crescita dell\u2019Area scenderebbe al +0,6% nel 2026 e al +0,8% nel 2027.<\/p>\n<p>Nello scenario pessimistico, emergerebbero rischi inflazionistici ancora pi\u00f9 marcati, tali da determinare un maggior rialzo dei tassi. Ci\u00f2 avrebbe effetti pi\u00f9 incisivi sulla domanda interna: gli investimenti verrebbero penalizzati dal livello elevato dei tassi, mentre i consumi risentirebbero della perdita di potere d\u2019acquisto. In questo scenario la crescita si ridurrebbe ulteriormente, attestandosi al +0,4% nel 2026 e al +0,6% nel 2027.<\/p>\n<p><strong>Rallenta la crescita aggregata degli emergenti, con impatti differenziati<\/strong><br \/>\nLa crescita delle economie emergenti nel 2026 rallenta al +3,8% nello scenario B e al +3,4% nello scenario C. Il peggioramento riflette il deterioramento delle condizioni esterne, che diventa pi\u00f9 marcato quanto pi\u00f9 il conflitto si prolunga, con effetti diffusi ma eterogenei tra gli emergenti: gli esportatori di idrocarburi (es. Russia e Nigeria) potrebbero beneficiare del rialzo dei prezzi, ma il contributo positivo resterebbe insufficiente a compensare il rallentamento dei grandi importatori, in primis Cina e India.<\/p>\n<p>In particolare, sono tre i canali principali di trasmissione per le economie emergenti: il primo \u00e8 il peggioramento dei termini di scambio per gli importatori di petrolio e gas, con un aumento della bolletta energetica; il secondo \u00e8 l\u2019inflazione importata, attraverso energia, noli e assicurazioni; il terzo \u00e8 il canale finanziario, con un aumento del premio al rischio e possibile calo degli investimenti. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe rendere anche pi\u00f9 difficili gli scambi, con probabili effetti per tutti gli emergenti con maggiore vocazione al commercio (Cina, India, paesi ASEAN).<\/p>\n<p>Nel confronto tra scenari, il quadro peggiora nello scenario C, ma in misura meno che proporzionale alla durata dello shock. L\u2019adattamento delle economie, tra diversificazione delle forniture e riassetto delle catene commerciali, contribuirebbe ad attenuare parzialmente gli effetti nel tempo del protrarsi della guerra. Resta tuttavia elevata l\u2019incertezza, legata anche a possibili evoluzioni geopolitiche e di intensit\u00e0 del conflitto, inclusi cambiamenti di regime o danni sostanziali alle infrastrutture estrattive, che non sono incorporati nelle ipotesi di scenario e che potrebbero rendere pi\u00f9 persistenti, se non addirittura strutturali, alcuni dei cambiamenti in corso.<\/p>\n<p><strong>Commercio mondiale<\/strong><br \/>\nNei due scenari alternativi, peggiorativi del quadro economico internazionale, caratterizzati da una maggiore durata del conflitto, il commercio mondiale subisce un marcato rallentamento nel 2026: si riduce di circa un punto percentuale nello scenario B (durata 4 mesi) rispetto alla crescita baseline, fino ad azzerare la crescita nello scenario C (fine della guerra a dicembre). Anche nell\u2019anno successivo, la crescita degli scambi globali, in entrambi gli scenari, rimane inferiore alla baseline, attestandosi al +2,0% nello scenario B e al +1,0% nello scenario C.<\/p>\n<p>Alla differente dinamica di crescita del commercio mondiale alcuni fattori contribuiscono nell\u2019immediato mentre altri in modo pi\u00f9 graduale. In particolare, la forte riduzione degli scambi di combustibili e lubrificanti, dovuta al blocco dello Stretto di Hormuz, ha un impatto immediato sul calo dei volumi scambiati, considerando che queste commodity rappresentano una quota rilevante dell\u2019export mondiale (12,4%). Un impatto negativo progressivo deriva dall\u2019aumento dei costi di trasporto (che costituisce un ostacolo agli scambi) e dai livelli pi\u00f9 elevati di incertezza, entrambi direttamente proporzionali alla durata del conflitto. In particolare, un aumento dell\u2019incertezza del 10%, secondo stime CSC, \u00e8 in grado di ridurre il commercio mondiale di circa lo 0,5% nel trimestre successivo.<\/p>\n<p><strong>Risultati per l\u2019Italia delle simulazioni CSC<\/strong><br \/>\nSecondo le simulazioni realizzate con il modello econometrico del CSC, l\u2019economia italiana risentirebbe in misura significativa della maggiore durata della guerra (Tabella D).<\/p>\n<p>Nello scenario B, il PIL italiano nel 2026 rimarrebbe fermo rispetto al 2025, con una perdita di circa 0,5 punti percentuali rispetto al baseline, facendo cadere l\u2019economia italiana in stagnazione. Nel 2027 la crescita rimarrebbe molto modesta (+0,1%), ben al di sotto di quella prevista nello scenario di base. Il deterioramento dello scenario si trasmetterebbe alle principali componenti della domanda interna ed estera. In particolare, nel 2026 rispetto al baseline si osserverebbe una dinamica pi\u00f9 incerta dei consumi, che rallenterebbero rispetto al profilo del baseline; un indebolimento degli investimenti, la cui crescita si ridurrebbe sensibilmente (circa -0,1% contro 2,3% nello scenario base); soprattutto un forte peggioramento dell\u2019export, che passerebbe da una crescita di oltre 0,6% nello scenario base a una contrazione di circa -0,7%; effetti negativi anche sul mercato del lavoro, con l\u2019occupazione praticamente ferma.<\/p>\n<p>Nello scenario C, si avrebbe un impatto della guerra decisamente pi\u00f9 marcato. Il PIL italiano si ridurrebbe dello 0,7% nel 2026, con una perdita di oltre 1,3 punti percentuali rispetto allo scenario baseline. Nel 2027 la crescita resterebbe marginalmente negativa (-0,1%), prolungando di fatto la fase recessiva. Il peggioramento riguarderebbe in modo diffuso tutte le principali componenti della domanda: gli investimenti registrerebbero una contrazione (-0,8% nel 2026); i consumi mostrerebbero una dinamica negativa; l\u2019export subirebbe un forte arretramento (-1,6% nel 2026); l\u2019occupazione risentirebbe del rallentamento dell\u2019attivit\u00e0 economica.<\/p>\n<p>Applicando i rialzi di prezzo delle commodities energetiche alla struttura dei costi di produzione delle imprese italiane dell\u2019ultimo periodo prima del susseguirsi dei recenti shock globali (pandemia, shock energetico e inflazione, tensioni geopolitiche), e tendendo conto dei canali di trasmissione diretti e indiretti degli shock energetici, nel 2025 la manifattura ancora pagava una bolletta energetica pi\u00f9 alta dei competitors europei, con un\u2019incidenza dei costi energetici sui costi totali pi\u00f9 alta del 25% rispetto a 6 anni fa. Con il nuovo shock energetico derivante dall\u2019attuale conflitto, nello scenario B, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi l\u2019anno in pi\u00f9 in bolletta rispetto all\u2019anno appena trascorso, con un\u2019incidenza dei costi energetici sui costi totali superiore di 1 punto percentuale rispetto al 2025, passando dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026. Nello scenario peggiore (C), le imprese pagherebbero 21 miliardi in pi\u00f9 e l\u2019incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-23836 size-full\" src=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184728\/tabella-d.png\" alt=\"\" width=\"1395\" height=\"607\" srcset=\"https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184728\/tabella-d.png 1395w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184728\/tabella-d-1280x557.png 1280w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184728\/tabella-d-980x426.png 980w, https:\/\/public.confindustria.it\/repository\/2026\/03\/24184728\/tabella-d-480x209.png 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) and (max-width: 1280px) 1280px, (min-width: 1281px) 1395px, 100vw\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>SINTESI 1. 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