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02 | mag | 18 | Centro Studi
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Nota CSC N.2 - 2018 - REI e reddito di cittadinanza a confronto

di Giovanna Labartino, Francesca Mazzolari e Michelangelo Quaglia

 

In Italia la povertà è cresciuta molto con la crisi: ci sono 1,6 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di quasi 5 milioni di individui. L’indigenza è legata a doppio filo alla bassa partecipazione al mercato del lavoro.

 

Dopo svariate sperimentazioni territoriali, con l’avvio del Reddito di Inclusione (REI), da gennaio 2018 l’Italia si è dotata di uno strumento universale di contrasto alla povertà su scala nazionale. Il REI è disegnato per raggiungere le famiglie in povertà, attraverso soglie di accesso sia reddituali sia patrimoniali. Tuttavia, è partito con scarsi finanziamenti (2,1 miliardi di euro nel 2018) e si stima che potrà coprire solo la metà della platea.

 

Sulla scia dei risultati elettorali, al centro della discussione è l’adozione di uno strumento alternativo, il “reddito di cittadinanza”. Stando alla proposta descritta nel DDL 1148 del 2013, questo coprirebbe una platea ben più ampia (2,8 milioni di famiglie) e garantirebbe un beneficio molto più elevato (fino a €780 mensili per un single, rispetto ai 188 del REI).


Il reddito di cittadinanza potrebbe costare molto (30 miliardi di euro o più secondo varie stime, rispetto ai già elevati 17 miliardi prospettati dal M5S) e comportare uno spreco ingente di risorse pubbliche, poiché verrebbe concesso anche a individui che poveri non sono. È inoltre alto il rischio che disincentivi il lavoro, dato l’elevato importo del beneficio e l’assenza di un meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Per incentivare la partecipazione, inoltre, prevede solo l’obbligo di iscrizione ai Centri per l’Impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro.


Ad oggi affrettarsi a sostituire uno strumento appena partito significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione. Più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, specie delle modalità di attivazione al lavoro, e nel frattempo indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio.

In allegato la nota

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