Confindustria - TENDENZE DEL SISTEMA BANCARIO EUROPEO NELL'UNIONE MONETARIA
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TENDENZE DEL SISTEMA BANCARIO EUROPEO NELL'UNIONE MONETARIA









Nota dal C.S.C.
22 Luglio 1999
di Ugo Inzerillo
 

La creazione dell’Unione monetaria ha favorito in questa prima parte del 1999 una brusca accelerazione del processo di ristrutturazione del sistema bancario. La tendenza verso il consolidamento e una maggiore concentrazione delle banche europee attraverso operazioni di fusione e acquisizione rappresentano il segno più visibile di questo processo, che è solo in parte l’effetto dell’Unione monetaria. Le tendenze strutturali in atto derivano anche da altri fattori, come la liberalizzazione finanziaria avviata negli anni ottanta, la disintermediazione e l’innovazione tecnologica. La moneta unica rafforza le tendenze in atto completando gli effetti della legislazione sul mercato unico.

In termini di attività totali, le dimensioni del settore bancario dell’area dell’euro sono pari a quelle di Giappone e Stati Uniti messi insieme. Alla fine del 1998 queste attività superavano i 14 mila miliardi di euro e il 234% del PIL; negli Stati Uniti e in Giappone esse rappresentavano rispettivamente il 75% e il 157% in rapporto al PIL. All’interno delle attività bancarie dell’area dell’euro, la quota dei prestiti era pari al 73% (questi ultimi sono costituiti per il 30% da prestiti interbancari); i titoli obbligazionari rappresentavano il 16% delle attività totali, mentre le azioni raggiungevano appena il 3%.

A livello nazionale il sistema bancario, come emerge da un recente studio della BCE(Possible effects of EMU on EU banking systems in the medium to long term, Febbraio 1999)si presenta molto diversificato. In alcuni paesi una larga parte dell’attività è concentrata nelle mani di poche banche a carattere nazionale; in altri, la quota di mercato delle banche che operano sull’intero territorio nazionale è abbastanza ridotta. A inizio di quest’anno nell’area dell’euro operavano 8.249 istituzioni di credito (Tav. 1);tale cifra riflette l'elevato numero di casse d risparmio e banche cooperative, in particolare in Germania. Negli Stati Uniti – un paese che per popolazione è comparabile all’area dell’euro - il numero di istituzioni di credito è sensibilmente più elevato; alla fine del 1998 operavano nel paese oltre 18.000 banche, per il 62% di piccola dimensione (cooperative di credito). In entrambe le aree, a partire dalla crisi delle S&L degli anni ottanta negli Stati Uniti e dai primi anni novanta nell’area dell’euro, il numero di banche è andato diminuendo. Nel 1985 le istituzioni di credito operanti nei paesi attualmente compresi nell’area dell’euro erano oltre 11.200. La riduzione è stata di gran lunga superiore negli Stati Uniti, dove il processo di concentrazione delle banche, legato al processo di deregolamentazione del settore bancario e ai guadagni di efficienza (economie di scopo) connessi al processo di consolidamento è risultato particolarmente violento. Tra il 1984 e il 1988 il numero delle banche americane di media dimensione (escludendo cioè le cooperative di credito) si è ridotto di oltre 6.000 unità; solo nell’ultimo anno la quota di mercato interno delle prime cinque banche americane è salito dal 12 al 22%.
Nell’area dell’euro la tendenza al consolidamento è comune a quasi tutti i paesi e ha considerevolmente aumentato la concentrazione dell’attività bancaria nelle maggiori istituzioni a livello nazionale, soprattutto nei paesi più piccoli (Tav.2). Per alcuni servizi bancari al dettaglio, il mercato rilevante (cioè interessato dal processo di concentrazione) può essere ancora quello locale, anche se tecniche di direct o remote banking (ad esempio l’offerta di servizi bancari per via telefonica o tramite Internet) stanno modificando i confini geografici di tale mercato; per alcuni servizi bancari all’ingrosso, invece, il mercato rilevante si estende già a tutta l’area dell’euro e, forse, a un’area ancora più ampia. Le evidenze empiriche mostrano che le banche europee possono derivare dal consolidamento rilevanti miglioramenti nel livello di produttività; miglioramenti che potrebbero essere ancora maggiori in presenza di una più elevata flessibilità del mercato del lavoro. Anche per le economie di scopo risulta che le banche più propense a diversificare la loro attività rispetto a quella tradizionale sono – come negli Stati Uniti – quelle di grandi dimensioni, che presentano la produttività più elevata e costi operativi unitari più bassi. Alcuni autori ritengono che il consolidamento delle banche, tanto negli Stati Uniti che in Europa, comportando un significativo ridimensionamento delle banche, determinerà una riduzione dei “relationship loans” da cui dipendono un largo numero di PMI. Le stime non danno tuttavia prova di un ridimensionamento delle quote di mercato delle banche minori, e questo tanto negli Stati Uniti che in Europa. Quello però che potrebbe verificarsi nell’area dell’euro, a seguito del maggior ricorso al mercato da parte dei grandi prenditori, è un peggioramento della “qualità” della clientela bancaria.

Fino a oggi il processo di consolidamento si è svolto principalmente all’interno dei settori bancari nazionali. Le fusioni e le acquisizioni transfrontaliere tra grandi banche universali sono state un eccezione. In termini di capacità produttiva, i sistemi bancari dei singoli paesi si differenziano ancora tra loro in misura significativa sia nei livelli che nelle tendenze (Tav. 3). Salvo alcune eccezioni, fino a questo momento alla diminuzione del numero delle banche non ha corrisposto un calo degli sportelli e dei dipendenti; questi ultimi sono invece diminuiti nel Regno Unito e negli Stati Uniti, paesi in cui più intenso è stato il processo di concentrazione e in cui è più flessibile il mercato del lavoro. Alla fine del 1997 il numero totale di sportelli bancari nell’area dell’euro era di 160.000 unità (pari a circa 0,6 per 1.000 abitanti). A partire dal 1990 il numero degli addetti ha iniziato a ridursi; alla fine del 1997 i dipendenti erano 2,1 milioni (7,4 per 1.000 abitanti). Lo sviluppo del direct banking e la diffusione degli sportelli bancari automatici farà sempre più assumere all’industria bancaria le caratteristiche di un settore a minor intensità di lavoro, aumentando le pressioni per un ridimensionamento della capacità produttiva (numero di sportelli e di addetti in rapporto alla popolazione). La modesta rilevanza assunta sin qui dalle operazioni transfrontaliere contribuisce a spiegare la ridotta quota di mercato attribuibile in ciascun paese a istituzioni di credito estere (Tav. 4); a livello di paese le eccezioni sono rappresentate dal Belgio, dall’Irlanda e dal Lussemburgo, che presentano delle quote nettamente al di sopra della media dell’area dell’euro (12,7% alla fine del 1997). L’introduzione dell’euro è destinata a portare a un ulteriore incremento delle operazioni transfrontaliere e a una maggiore presenza di operatori stranieri nei mercati nazionali. L’ampliamento dell’area valutaria dovrebbe infatti attirare nei mercati finanziari dell’area dell’euro nuovi investitori e nuovi emittenti, favorendo lo sviluppo dei mercati di capitali privati; già nel primo trimestre di quest’anno le emissioni di corporate bonds da parte di imprese dell’area dell’euro ha raggiunto i 26 miliardi di euro, un importo pari alle emissioni dell’intero anno precedente.

In tutti i paesi dell’area è abbastanza evidente la tendenza generale alla diversificazione del risparmio e degli investimenti verso prodotti caratterizzati da rendimenti più elevati e maggiore complessità, quali i fondi comuni di investimento, i titoli, i fondi pensione e le polizze di assicurazione sulla vita, con una contestuale riduzione della quota complessiva dei depositi bancari nei portafogli di investimento delle famiglie e delle imprese. In alcuni paesi dell’area dell’euro infine lo sviluppo del settore bancario è stato caratterizzato anche dall’intensificarsi dei legami organizzativi fra banche e società di assicurazioni; in altri, e tra questi vi è anche l’Italia, resistono ancora barriere tra le banche e le assicurazioni. Per quanto riguarda in particolare i fondi di investimento, dati recenti evidenziano la straordinaria performance di quelli italiani nel confronto internazionale; negli ultimi cinque anni il patrimonio è aumentato del 513% (+84% a livello mondiale), dai 64 miliardi di dollari del 1993 ai 394 miliardi del settembre del 1998, superando quello di paesi come il Giappone e il Regno Unito; occorre però considerare che in questi ultimi due paesi il risparmio trova anche altre destinazioni, al di là dei depositi bancari e dei fondi di investimento.

Lo sviluppo dei mercati finanziari secondo le linee descritte in precedenza e la crescente disintermediazione implicheranno un cambiamento strutturale nell’attività bancaria, che dovrà spostarsi dai prestiti verso attività tipiche delle banche di investimento; dal lato del conto economico questo dovrà comportare uno spostamento dai margini di interesse verso altri ricavi (cioè commissioni e altri proventi). Se le banche dell’area dell’euro non riuscissero ad offrire i servizi di investment banking richiesti dalle imprese, c’è il rischio che perdano la loro migliore clientela a vantaggio delle grandi investment banks americane. Questa considerazione spiega la corsa ad acquisire investment banks inglesi e americane in cui si sono distinte negli ultimi anni le banche tedesche (Deutsche Bank e Dresdner Bank); le banche francesi e italiane sono invece ancora concentrate al loro interno. Con la differenza che in Francia il processo di concentrazione coinvolge banche e assicurazioni; in questo modo dovrebbe essere meglio salvaguardata la concorrenza rispetto a una situazione, come quella italiana, in cui, per effetto della separazione tra queste due istituzioni, la crescita per allargare il volume di risparmio gestito tende a essere tutta interna al settore bancario.

La diffusione delle nuove tecnologie di distribuzione tenderà inoltre a ridurre la necessità di creare una rete di sportelli, che rappresenta forse l’ostacolo principale all’ingresso nei mercati dei servizi bancari al dettaglio. L’evolversi della composizione del risparmio e degli investimenti favorisce l’ingresso sul mercato di nuovi concorrenti per le banche, quali gli OICVM (organismi di investimento collettivo in valori mobiliare), le società di assicurazioni e quelle di intermediazione mobiliare. L’euro potrebbe avere un impatto indiretto su entrambi questi fattori: da un lato, l’esistenza di un più ampio mercato con una moneta unica potrà accelerare l’adozione di nuove tecnologie di distribuzione; dall’altro, la scomparsa del rischio di cambio potrà incoraggiare i clienti delle banche a perseguire rendimenti più elevati attraverso forme alternative di investimento. In ogni caso la maggiore concorrenza che dovrebbe risultare dall’introduzione dell’euro costringerà le banche a estendere la loro clientela al di là dei confini nazionali al fine di distribuire i costi fissi, in particolare quelli connessi all'ammodernamento delle tecnologie in uso, su un volume maggiore di attività. Le fusioni e acquisizioni internazionali rappresentano il metodo più rapido per acquisire clientela e competenze locali nel settore al dettaglio. Nel suo rapporto la BCE rileva però che i costi associati all’integrazione di strutture e culture aziendali diverse potrebbero tuttavia risultare assai rilevanti. Una strategia alternativa per espandere oltre frontiera l’attività al dettaglio potrebbe essere quella delle alleanze strategiche, con le quali le singole banche danno accesso alle reciproche reti di distribuzione.

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