Login | Sito dinamico | English | Mappa | Link
 
  Ricerca avanzata
RSS feed   Testo medioTesto grandeTesto molto grande

Chi siamo

Sei in: Home > Organizzazione > Modelli organizzativi > Consiglio di Stato, parere del 11 gennaio 2005 (esclusione nei gruppi d’imprese)

inviastampa

Consiglio di Stato, parere del 11 gennaio 2005 (esclusione nei gruppi d’imprese)

25 Settembre 2008
AMBITO DI APPLICAZIONE
 
Nel caso di gruppi societari, qualora il provvedimento giurisdizionale che dispone l’applicazione di una misura cautelare ex art. 45, d.lgs. 231/2001 (nel caso di specie, il divieto di contrattare con la PA) individui come destinataria della stessa la sola società capogruppo, non è configurabile un’estensione della misura adottata anche alle società controllate o partecipate da quest’ultima.

Diverse sono le motivazioni addotte a sostegno di questo principio di diritto.

Anzitutto, va considerato che agli illeciti amministrativi degli enti ex decreto 231 si applicano le medesime garanzie costituzionali previste per l’imputato persona fisica, tra cui il principio di personalità della responsabilità (art. 27 Cost.) e il diritto di difesa (art. 24 Cost.). Con riferimento al primo di tali principi, si rileva come le diverse società di un gruppo siano soggetti giuridici distinti (l’unitarietà attiene, invece, al profilo economico), ovvero differenti centri d’imputazione di situazioni giuridiche soggettive, da cui discende impossibilità di prefigurare un’estensione delle responsabilità da una società all’altra. In merito al diritto di difesa, l’estensione della portata applicativa di una misura interdittiva a società controllate o partecipate finirebbe per colpire soggetti che sono rimasti estranei al procedimento che ha visto coinvolta la capogruppo e che, quindi, non hanno avuto modo di difendersi adeguatamente in esso.

In secondo luogo, quella prevista dal decreto 231 non è una forma di responsabilità oggettiva. Infatti, nonostante il suo presupposto sia costituito dalla commissione di un reato da parte di determinati soggetti (apicali o dipendenti) nell’interesse o vantaggio dell’ente, quest’ultimo risponde sempre per fatto proprio, vale a dire per non aver adottato misure organizzative e di controllo idonee a prevenire reati della specie di quello che si è verificato. La correlazione così individuata tra la responsabilità dell’ente e le carenze organizzative che hanno consentito o agevolato l’illecito presupposto porta ad escludere che, qualora il reato sia stato commesso in una delle società di un gruppo, le relative sanzioni o misure cautelari possano essere “estese” a tutte le altre che ne fanno parte.

A ciò si aggiunga che sia dal decreto 231 (cfr. artt. 14, co. 1 e 30, co. 3) che dalla Relazione illustrativa è desumibile l’intenzione del legislatore di ricollegare la responsabilità dell’ente - e la conseguente scelta del tipo di sanzione da applicare - al particolare ambito o ramo di attività in cui si è verificato l’illecito. Sul piano interpretativo, quindi, non è possibile configurare un’estensione automatica della responsabilità (e dell’ambito di applicazione delle misure cautelari adottate) al di fuori del singolo contesto aziendale volta per volta individuato.

Pertanto, la responsabilità delle altre società del gruppo potrà ipotizzarsi solo qualora sia dimostrato che i rispettivi soggetti in posizione apicale o dipendenti hanno contribuito alla commissione del reato in concorso con quelli della capogruppo, e sempre che la singola società controllata non abbia adottato modelli organizzativi idonei ai sensi dell’art. 6 del decreto 231.

Tanto vale ad affermare che le società controllate o partecipate da una holding colpita dal divieto, in via cautelare, di contrattare con la PA possano continuare a svolgere questo tipo si attività, sia individualmente sia nell’ambito di associazioni temporanee di imprese, consorzi stabili o Gruppi europei di interesse economico.

All. Cons. St. Parere 11.01.05.pdf